La vera vocazione di Varese è la bellezza. Ma siamo restii a coltivarla

L’Editoriale di Marco Tavazzi

È da decenni che si parla – e il dibattito si riapre puntualmente per chiudersi spesso inconcludente – di quale possa essere la vocazione di Varese.

Iniziavo a seguire la vita pubblica della città, circa vent’anni fa, e già sentivo parlare in lungo e in largo della necessità di individuare una vocazione per la Città Giardino, come se nel nome stesso che si porta dietro, Città Giardino appunto, questa vocazione non sia già scritta.

Eppure, c’è timore, forse una timidezza intrinseca nella nostra città, che le impedisce di abbracciare pienamente quella che è la sua peculiarità: la bellezza. Paesaggistica, architettonica. In sostanza, culturale: nel significato etimologico del termine. La radice è la stessa di coltivare.
Forse Varese ha paura di coltivare se stessa. E di coltivarsi nella bellezza.

Tradotto in termini pratici, il capoluogo, nonostante i grandi sforzi e progetti (molti con risultati positivi) del recente passato, non ha mai veramente creduto nel proprio rilancio turistico. Parlo di rilancio, perché Varese, molto prima di essere terra d’industria, come ben sappiamo, nasce come luogo di villeggiatura durante la Belle Époque, imponendosi all’attenzione nazionale e oltre in seguito al successo dell’Esposizione regionale del 1901.

Con il passare dei decenni, Varese ha perso lungo la via questa sua vocazione e l’abbattimento del Teatro Sociale, avvenuto nel 1953, rappresenta metaforicamente lo spartiacque: la fine della Varese terra di bellezza e cultura che era stata fino a pochi anni addietro.

Oggi le cose sono decisamente cambiate: le realtà culturali che animano la Città Giardino sono molteplici e con grandi riscontri. Così come, allo stesso tempo, si sono raggiunti risultati ragguardevoli nella valorizzazione del patrimonio storico-artistico e naturalistico-paesaggistico.
Cosa manca quindi? Maggiore coraggio da parte della politica nel puntare su tutto questo, metterlo veramente in rete e trasformarlo in un volano per il territorio. Ancora oggi viviamo nel preconcetto che la cultura non dia da mangiare e che le risorse che Varese offre in questo ambito, in fondo, non potranno essere un fattore di sviluppo economico.

Un preconcetto che frena anche lo sviluppo turistico, perché in fondo siamo ancora convinti che la ricchezza vera di Varese sia da ricercare esclusivamente altrove.
È la stessa mentalità per cui, ancora oggi, il turista che arriva rischia di sentirsi un po’ sperduto, cosa che nelle maggiori città turistiche italiane non succede.

Varese deve avere il coraggio di essere terra di cultura e di turismo.