Tra un anno il Centenario della Provincia, occasione per una riflessione sulle prospettive di una istituzione e di un territorio

di Paolo Costa

Tra un anno esatto la Provincia di Varese compirà cento anni. L’istituzione del nuovo ente risale infatti al 2 gennaio 1927, data del Regio decreto che recepì la decisione governativa di qualche settimana prima. Di fatto il lavoro di preparazione si concretizzò quindi nel corso del 1926, quando Mussolini volle riformare province e circoscrizioni comunali.
Era il periodo in cui il regime fascista si stava trasformando in un stato totalitario. Con il discorso alla Camera del 3 gennaio 1925, seguito al delitto Matteotti, il Duce aveva infatti accelerato la deriva che avrebbe portato il Paese alla rovina.
E presto arrivarono leggi eccezionali, fascistizzazione dei prefetti, nuovo ruolo del Gran Consiglio, eliminazione del dissenso politico. Fu in quel clima che il 12 febbraio del 1926 il direttorio del PNF ordinò ai dirigenti provinciali di “stanare qualsiasi agitazione e inquietudine di ordine elettorale dato che non è in alcun modo necessario consultare la Nazione per avere attraverso le schede l’ennesima riprova di quel tangibile, crescente consenso che sorregge il regime fascista”.

Insomma, le periferie dovevano sapere che a Roma le elezioni erano considerate inutili.
Oppositori, leader di partiti, personalità invise al fascismo cominciarono a scegliere la via dell’esilio e l’area varesina veniva vista dal Duce come territorio di confine su cui rafforzare il controllo.

Ma Varese era tutt’altro che un semplice presidio nelle mire del fascismo. La città e i suoi dintorni stavano infatti da tempo acquisendo una specifica identità al passo con la modernità, pur avendo alle spalle una storia importante e gloriosa. Raggiunta dalla prima autostrada, con le fabbriche e il moltiplicarsi di botteghe e opportunità per il turismo d’élite (grandi alberghi), attraverso la voce di quelli che oggi definiremmo stakeholders Varese voleva compiere un salto in avanti nella considerazione generale.
E in tal senso il direttore della Prealpina Giovanni Bagaini aveva coordinato già nel 1923 la stesura di un dossier (in collaborazione con diversi notabili locali) per chiedere al governo l’istituzione della Provincia. Più che nella storia fascista, il nocciolo sorgivo della Provincia deve perciò essere individuato proprio in questo memoriale.

Tre anni dopo, il 6 dicembre 1926, fu Mussolini in persona a firmare il telegramma con la notizia del parere favorevole del Consiglio dei ministri: “Oggi su mia proposta il Consiglio dei ministri ha elevato codesto Comune alla dignità di capoluogo di provincia. Sono sicuro che col lavoro e colla disciplina e colla fede fascista codesta popolazione si mostrerà meritevole dell’odierna decisione del Governo”.
Così andava allora: anche un semplice telegramma veniva scritto con ripetizioni e toni ridondanti. Tutto a posto? Cosa fatta capo ha? Assolutamente no, perchè la nuova Provincia – che nasceva sottraendo territorio a quelle di Como e Milano – affossava le aspirazioni di promozione di Busto Arsizio, Gallarate e Saronno, che cercarono perciò di boicottare i primi passi del nuovo ente. Così, tanto per cominciare, la definizione dei confini fu tutt’altro che una passeggiata e si protrasse per qualche mese, fino a concludersi il 31 marzo 1927.
Oggi, trascorso un secolo di vicende politiche, istituzionali, sociali, identitarie, di problemi e di traguardi raggiunti o inseguiti invano, con la ricorrenza della fondazione si presenta l’occasione di ripercorrere il cammino compiuto. E soprattutto di rilanciare la riflessione sulle prospettive di una istituzione e di un territorio.