Storia di Varese – 2. Gli affreschi in S. Maria Foris Portas a Castelseprio

Particolare di quanto rimasto de «L’Annunciazione». Si noti il realismo del pittore che ha dipinto la mano sinistra di Maria con il dito che indica se stessa nel momento in cui l’Angelo la chiama per nome. La donna alle sue spalle, un’ancella o Sant’Anna, guarda con stupore. Il volto richiama i tratti della pittura romana imperiale

di Bruno Belli

Vanta uno dei luoghi più importanti dell’Alto Medioevo lombardo appartenente al territorio insubre la nostra provincia: si tratta di Castelseprio, dove si trovano alcune rovine dell’antico “castello” con la Chiesa di Santa Maria Foris Portas (fuori delle mura, quindi) che rappresenta un unicum d’arte in tutto il Nord Italia. Come vedremo più avanti, la storia di Castelseprio si intreccia direttamente con quella di Varese.

Castelseprio (riduco al minimo qualche notizia storica tanto per inquadrare il luogo), derivazione romana, era una zona militare, riconducibile ad un «castrum», sorto intorno al IV sec. d.C.: era un presidio con tanto di castello e monastero nelle cui vicinanze scorreva il fiume Olona (quindi un’importante fonte per l’agricoltura e per l’acqua potabile).
Era dotato di una chiesa, dedicata a San Giovanni Evangelista, che disponeva di una «vasca battesimale» ad immersione, contava una cisterna per la riserva dell’acqua (una sorta di mini-acquedotto), di una torre per le segnalazioni, che erano prevalentemente eseguite con il fuoco e con il fumo, (ricordiamo che faceva parte del «Limen Longobardorum», confine delle terre Longobarde, di cui erano luoghi gemelli anche le torri di Velate, del Monte San Francesco sopra Velate e del Sacro Monte di Varese) e degli alloggi.

Nei pressi dell’abitato, si trovava quell’autentico gioiello che è, appunto, la Chiesa di Santa Maria foris portas, caratterizzata da un ciclo di affreschi che ritraggono scene della «Vita di Maria», ispirate, per lo più, dai «Vangeli apocrifi», nella loro funzione di «Biblia pauperorum», la Bibba per i poveri, in altre parole per i fedeli comuni che, al tempo, non sapevano né leggere, né scrivere.
Quest’ultimo è un tratto distintivo particolarmente interessante, giacché le vicende narrate dagli Apocrifi ci hanno tramandato alcuni aspetti sulla vita di Maria, di Giuseppe e di Cristo entrati a far parte della conoscenza comune, giacché utili a rispondere ad esigenze molto concrete da parte dei fedeli: ad esempio, la tradizione della levatrice che assistette Maria a Betlemme, durante il parto.

La piccola chiesa, edificata tra l’VIII e il IX secolo d.C. (alcuni storici retrodatano addirittura al V), si trova sopra ad un’altura distante duecento metri dalla cinta muraria dell’antico «castrum»: grazie alla devozione legata al culto, si tratta dell’unico edificio sopravvissuto alla distruzione ed all’abbandono dell’antico borgo fortificato. La denominazione «foris portas» (fuori dalle porte delle mura) indica, appunto, la sua posizione in luogo esterno, oltre l’antica cinta muraria. La pianta è a croce greca, con una breve navata ad aula unica, affiancata da due absidi laterali grandi come quella principale, in stile orientale; il nartece, posto all’ingresso della chiesa, era originariamente scandito da numerose aperture, murate nel XVII secolo, e sostituite da un unico grande arco a tutto sesto.

Il ciclo di affreschi che decora il vano dell’abside è senza dubbio tra le testimonianze più importanti della pittura europea nell’Alto Medioevo: studi recenti, però, li hanno datata tra il IX e la prima metà del X secolo.

Semplice l’esterno, quasi rustico, caratterizzato oggi dal grande arco, come dicevamo aperto nel XVII secolo; l’interno presenta un’unica navata rettangolare, con un’abside per ciascun lato, oltre a quello d’ingresso. All’esterno, le absidi sono rinforzate da contrafforti, coperte da bassi spioventi semiconici. Da quanto rimane delle opere d’arte, possiamo essere certi che, all’interno, fosse intonacata e coperta da affreschi e stucchi, con il pavimento caratterizzato da intarsi di marmo.

In età post-carolingia (circa X secolo) la chiesa divenne, probabilmente, un edificio di culto privato, annesso alle residenze dei conti e gastaldi del Seprio: a queste dovette seguire la costruzione di un fossato e lo sviluppo di una zona funeraria, secondo l’ipotesi di alcuni studi archeologici. Nel corso dei secoli furono pochi gli elementi che ne modificarono l’aspetto: la chiusura delle varie aperture presenti nel nartece e la realizzazione, nel XVII secolo, della grande apertura ad arco a tutto sesto nella parete d’ingresso.

All’interno della chiesa ammiriamo l’abside principale decorata da affreschi di straordinario valore: il ciclo, disposto su due registri, descrive episodi soprattutto ispirati dal «Protovangelo di Giacomo» e dal «Vangelo dello pseudo-Matteo».
Il maestro che lo eseguì, probabilmente conoscitore del mondo orientale, propose i canoni di quella fase della cultura artistica bizantina conosciuta come «Rinascenza Macedone» ed, infatti, vi sono richiami allo stile dei mosaici caratteristici dell’arte religiosa propria dell’Impero romano d’Oriente. Gli elementi che distinguono queste scene dalle altre pitture altomedievali sono la complessità delle forme e l’attenzione agli aspetti della natura, gli scorci prospettici di chiara ascendenza classica ed i legami con la pittura romana antica.

Bibliografia:
Castelsperio. Guida storico artistica, a cura di Gian Piero Bognetti, Vicenza, Neri Pozza, 1963 e numerose rist.