Bruno Arcari, il timoniere del grande Varese che ai suoi ragazzi chiedeva impegno ma soprattutto ragionamento

di Paolo Costa

Quando calcava i campi di calcio lo chiamavano Arcarino: era il quarto fratello di una dinastia di calciatori originaria di Codogno. Fisico asciutto e non possente, altezza media, si era distinto come attaccante veloce e imprevedibile.

Per tanti anni era stato la colonna del Livorno per poi diventare titolare di Genoa, Milan e Bologna. Affacciatosi alla Nazionale nel 1940, fu costretto da un infortunio e soprattutto dalla guerra ad affrontare anzitempo il crepuscolo della carriera. Si rimise in gioco da allenatore e nel 1966 venne scelto personalmente da Giovanni Borghi, neo patron del Varese calcio (che si avvaleva per le faccende sportive del fidatissimo Alfredo Casati) per rilanciare in alto i biancorossi finiti in serie B. “Buona fortuna a Bruno Arcari”: così titolò “Il Corsaro” al suo secondo numero come organo ufficiale del Club Varese. Il mensile fondato da Egisto Marocco aveva infatti esordito nel marzo del 1966, sessant’anni fa.

Arcari divenne il condottiero di un Varese spettacolare per gioco e risultati: inanellò prima la promozione in A e poi l’8° posto nel campionato 1967-68. Quest’ultima fu una stagione epica, con le vittorie sulla Juve (5 a 0 con tre reti di Anastasi), sul Milan e sull’Inter, il secondo posto nel girone d’andata, il Franco Ossola straripante di presenze ed entusiasmo.

Che calcio predicava mister Arcari? Natale Cogliati, all’epoca responsabile dello sport in Prealpina, tracciò questo ritratto: «Arcari è un allenatore morale negato alle diavolerie e alle complicazioni calcistiche per innato senso di civismo, di umanità, di buon cuore: dopo una sconfitta si lascia scappare soltanto: “In tempi come questi ognuno si arrangia come può”. È un allenatore particolare, che predica impegno e ragionamento: “Il calcio ha una sua geometria. Ai miei tempi se un terzino attaccava veniva fucilato. Ai ragazzi ripetevo che per un calciatore che va avanti ci deve essere un calciatore che copre. Primo, vedere il gioco. Secondo, usare la testa. Terzo, l’esecuzione”».

Una ventina di anni fa, collaborando alla redazione del volume “Bruno Arcari – Campione sul campo e in panchina, maestro di calcio e di vita”, raccolsi le testimonianze di tanti protagonisti e osservatori della gloriosa Varese sportiva anni ’60-’70. Mi colpirono, in particolare, le parole dello storico direttore della Prealpina Mario Lodi e di Pier Fausto Vedani. Il primo disse: «Non ho dubbi. Il periodo più bello della storia del calcio varesino è quello che ha visto come timoniere della squadra biancorossa Bruno Arcari. A questo biennio ne aggiungerei un secondo, quando sulla panchina della nostra squadra c’era Niels Liedholm. Il tecnico svedese riportò in A il Varese e poi gli fece fare un eccellente campionato culminato al 9° posto. Imitò alla perfezione Arcari». Ed ecco l’opinione di Vedani: «Arcari? Uomo di lungo sapere e naturale “noblesse”. Mai la voce alta, sempre di profilo basso, modi pragmatici, invenzioni felici». Raccolsi anche un ricordo di Giovanni Trapattoni, che da quindicenne era stato allievo di Arcari nelle formazioni giovanili del Milan: «È stato un maestro di vita e di sport, un signore dagli illustri trascorsi in squadroni di serie A, capace di presentarsi a noi giovani come un papà più che come allenatore. E che dimostrava coi fatti, con le sue attenzioni ai particolari, di volere il nostro bene di persone e non semplicemente di pensare a noi come futuri personaggi dello star system».

Ho incontrato spesso Bruno a Comerio, dove abitava e lo si vedeva accompagnare i nipoti all’asilo e a scuola. Ne aveva nove, di nipotini, e per tutti si è prodigato con pazienza e amore, non risparmiando mai sorrisi, parole di incoraggiamento e qualche aneddoto calcistico. Proprio come faceva un tempo da allenatore coi suoi ragazzi.