Don Peppino Maffi, il parroco dei ragazzi: il cuore dell’oratorio di Valle Olona

di Stefania Cipolat

Don Peppino Maffi è stato un sacerdote che tutti ricordiamo per i ruoli importanti, gli incarichi prestigiosi, la sua immensa statura nel mondo ecclesiale.

Ma il mio ricordo, oggi, vuole essere per ciò che è stato nella vita concreta delle persone. Don Peppino appartiene a questa rarissima categoria: quella di chi diventa casa, padre, punto fermo. Non solo guida spirituale, ma presenza quotidiana, concreta, familiare.

A Valle Olona, Varese, la comunità ha avuto per dieci anni un privilegio enorme: non semplicemente avere un parroco, ma accogliere un uomo capace di trasformare una parrocchia in famiglia e un oratorio in un universo di crescita, amicizia e libertà. Don Peppino non arrivò da solo. Con lui arrivarono anche il suo papà e la sua mamma, che divennero subito parte viva della comunità, figure familiari per tutti. La casa parrocchiale non era un luogo chiuso: era una porta sempre aperta.

Per noi, però, Don Peppino era soprattutto il parroco dei ragazzi.

Eravamo i SUOI ragazzi dell’oratorio. Quelli che vivevano lì, pomeriggio dopo pomeriggio, stagione dopo stagione, estate dopo estate. L’oratorio non era un luogo dove “si passava del tempo”: era il nostro mondo. E lui ne era il cuore pulsante.

Lo si ricorda con immagini semplici e potentissime, quelle che restano incise per tutta la vita: il berretto bianco e nero in testa, il fischietto al collo, la polo blu, sul campo dell’oratorio a dirigere le partite. Non da spettatore, ma dentro il gioco. Don Peppino scendeva in campo. Correva, arbitrava, incitava, rideva. Grande tifoso di calcio, grande appassionato di ogni attività, credeva profondamente che il gioco fosse educazione, relazione, crescita. Nessuno restava in pannchina, con lui.

Ma il suo oratorio non era solo sport. Era canto, festa, teatro, catechesi, amicizia. Amava cantare e far cantare. Le messe animate erano momenti vivi, partecipati, mai formali. Sapeva parlare ai ragazzi con uno stile leggero ma mai superficiale, profondo ma mai pesante. La catechesi diventava racconto, esperienza, vita.

Aveva una dolcezza disarmante nello sguardo. Ti guardava e ti parlava come se in quel momento esistessi solo tu. Eppure non era un uomo indulgente nel senso debole del termine. Era severo quando serviva, rigoroso, chiarissimo. Se doveva dirti qualcosa, te la diceva senza giri di parole. Ma sempre con una gentilezza che non feriva, bensì faceva crescere. Era l’autorevolezza di un padre, non l’autorità distante di una figura istituzionale.

Padre gentile: forse è questa l’espressione che più lo racconta.

Lo è stato per tutti. Per i bambini che muovevano i primi passi in oratorio, per gli adolescenti in cerca di identità, per gli adulti e per gli anziani. Ha creato comunità nel senso più pieno del termine. Non un insieme di persone che frequentano lo stesso luogo, ma un tessuto umano dove ciascuno si sentiva visto, accolto, necessario.

E la sua lungimiranza si manifestò anche in scelte coraggiose, che oggi sembrano naturali ma che allora non lo erano affatto. Vale Olona fu la prima comunità ad accogliere i profughi provenienti dal Libano. Ragazzi come noi, giovani, ma sperduti e senza nulla, lontani dalla loro terra; ospitati in oratorio, inseriti nella vita quotidiana della parrocchia. Una decisione fuori dal tempo, controcorrente, ma profondamente evangelica. Nessuno si oppose. Perché Don Peppino non imponeva: convinceva con la coerenza, con l’esempio, con la fiducia. Quell’esperienza ci ha insegnato l’apertura, l’incontro, la capacità di guardare oltre i confini. Ci ha insegnato a essere cittadini del mondo prima ancora che del quartiere.

Ha formato generazioni intere.

Molti di noi hanno fatto il loro primo percorso di responsabilità grazie a lui: animatori, educatori, catechisti. Io stessa sono diventata catechista grazie a Don Peppino. Non perché me lo abbia chiesto formalmente, ma perché mi ha fatto scoprire che potevo esserlo. Mi ha fatto crescere, mi ha dato fiducia, mi ha insegnato che educare è prima di tutto amare, portare luce.

Il suo oratorio ha generato amicizie che durano ancora oggi, legami profondi, un senso di appartenenza che non si è mai spento. Non era solo un luogo di aggregazione: era una scuola di vita.

Oggi, nel ricordarlo, non servono titoli altisonanti né elenchi di incarichi. Basta chiudere gli occhi e rivederlo su quel campo, con il fischietto al collo, circondato da decine di ragazzi che gridano, ridono, litigano, si rialzano. Basta ricordare il suono dei canti, le messe vive, le parole semplici ma decisive. Basta pensare a quanto di noi è stato plasmato dalla sua presenza.

Don Peppino è stato un faro negli anni della formazione, un punto di riferimento quando tutto era ancora da costruire. Ci ha insegnato a stare insieme, a rispettarci, a credere in qualcosa di più grande di noi. Ci ha insegnato che la fede non è distanza dalla vita, ma immersione totale nella vita degli altri.

A lui va oggi una gratitudine immensa, personale e collettiva. Gratitudine per averci cresciuti, per averci creduto, per averci accompagnati senza mai trattarci come “piccoli”, ma sempre come persone capaci di diventare grandi.

Noi, i SUOI ragazzi dell’oratorio, lo porteremo sempre dentro.

“Sulla stessa strada, sempre”.

Lasciate che firmi questo articolo con alcuni dei nomi dei Ragazzi di Valle Olona, nel dire un GRAZIE collettivo al NOSTRO Don.

Stefania, Simona, Claudia, Beatrice, Mauro, Riccardo, Laura, Morena, Maurizio, Ivan, Gloria, Isabella, Vania, Fabiana, Sabrina, Elena, Cristina, Andrea, Nicola, Enrico, Giuliano, Marta, Chiara, Roberta, Manuela, Emanuela, Massimo, Paolo, Massimiliano, Michele, Fabrizio, Emanuela, e tutta, tutta la comunità di Valle Olona.