di Cesarina Briante
Nel 1999, grazie al lavoro di Anna Marcaccioli Castiglioni, riemersero alcuni documenti che gettano luce su un processo per stregoneria avvenuto a Venegono nel 1520. A far scattare l’indagine fu Giacomo da Seregno, già condannato per eresia e stregoneria e giustiziato a Monza. Prima di morire, indicò ai domenicani che nella zona di Venegono esisteva un gruppo di donne dedite alla magia. La testimonianza di Giacomo si rafforzò in seguito a un episodio: il figlioletto del signore Fioramonte Castiglioni morì in culla, e il dolore personale si sovrappose al valore della denuncia di Giacomo. Fioramonte era infatti convinto che la morte del bambino fosse opera di un maleficio.
A Venegono giunse un domenicano incaricato di condurre un’indagine. Nel 1520 l’Inquisizione romana non esisteva ancora: le indagini erano condotte da inquisitori locali, spesso domenicani, delegati dal vescovo. L’Ordine, noto per la formazione teologica rigorosa e per la disciplina severa, era considerato il più adatto a trattare i casi di sospetta eresia. Quando un dubbio di deviazione dottrinale si insinuava in una comunità, era a loro che la Chiesa si rivolgeva: uomini preparati, attenti, capaci di riconoscere le sfumature dell’errore e di riportare ordine dove la fede rischiava di incrinarsi. Erano anche educatori delle masse riguardo i dogmi della Chiesa, un compito che non sempre i sacerdoti dei piccoli borghi riuscivano a svolgere con efficacia. Il Concilio di Trento non era ancora stato convocato e la riforma interna della Chiesa restava indefinita, lasciando molte comunità esposte a incertezze dottrinali e a pratiche religiose disomogenee. Il Rinascimento, pur essendo un’epoca di rinascita culturale e artistica, contribuì anche alla riscoperta di testi antichi che riportavano l’immagine della “strega” come figura reale e potente. In questo clima, l’operatore dell’occulto veniva percepito come una minaccia concreta. Ciò contribuì a un inasprimento dell’atteggiamento verso la magia, con un aumento delle torture e delle condanne.
Nel marzo 1520 sulla porta della chiesa di Santa Maria alla Fontana fu affisso un invito pubblico rivolto alla popolazione: chiunque avesse notizie, sospetti o testimonianze era chiamato a presentarsi. Era un avviso che serviva sia a raccogliere informazioni, sia a mettere in guardia la comunità: un modo per dire che l’autorità inquisitoriale era arrivata e che nulla sarebbe più passato sotto silenzio. Dopo aver ascoltato gli abitanti, l’inquisitore convocò alcune donne sospettate di stregoneria. Tra le prime a essere interrogate vi furono Caterina Fornasari e la madre Margherita. La figura centrale del gruppo era Elisabetta Oleari, che riuniva donne provenienti da Venegono Superiore, Venegono Inferiore, Castiglione e Vedano Olona.
Dalle confessioni estorte, emerse che dopo la messa di Natale, Margherita ed Elisabetta condussero Caterina alla sorgente del fontanile. Lì incontrarono un uomo vestito di scuro, con cappello nero, che si presentò come Martino. La giovane lo credette un contadino, ma nelle narrazioni inquisitoriali Martino divenne il suo “maestro”, figura ambigua, sospesa tra umano e soprannaturale. Il nome Martino potrebbe non essere casuale. Secondo alcuni studiosi, nel Nord Italia, dopo l’arrivo dei Longobardi, sopravvissero a lungo culti germanici legati a divinità guerriere come Odino. Quando la Chiesa cercò di sostituire gradualmente questi culti, pose al loro posto figure cristiane che ne assorbissero le funzioni: San Michele, capo delle milizie celesti, e San Martino, soldato e santo guerriero. Le antiche steli votive dedicate agli dei nordici furono sostituite da immagini di questi santi, e il nome Martino rimase come eco di un’antica presenza, trasformata in demone nei racconti inquisitoriali.
Nelle confessioni, Caterina raccontò che ogni giovedì lei e le altre donne si riunivano e, grazie all’uso di un unguento spalmato su bastoni, riuscivano a “volare in spirito” verso la Silva Rupta, il “Bosco Rotto”, un luogo oggi non identificabile con precisione. Lì incontravano i loro maestri spirituali, era per loro il momento in cui smettevano di essere donne comuni e diventavano tramite tra il mondo materiale e l’Altrove.
Quando non erano alla Silva Rupta, le donne dichiararono di compiere vendette: far ammalare i buoi, far morire i neonati, colpire ciò che era caro ai loro nemici. In questo contesto, la morte del figlio di Fioramonte Castiglioni fu interpretata come un attacco diretto. Il signore aveva i mezzi per reagire e li usò senza esitazione. Assisteva agli interrogatori con sguardo duro e impassibile: lo sguardo di un uomo che aveva perso il figlio, e che in una casata nobile vedeva in quella perdita anche un peso dinastico.
Nonostante il clima di paura, l’inquisitore incaricato era piuttosto prudente, tanto che prima di esprimere giudizi valutava bene ogni possibilità. Condannò all’esilio Badono Fornasari, fratello di Caterina, riconoscendone l’innocenza. Non sempre le presunte streghe venivano condannate a morte, a volte il pentimento, i sacramenti e la redenzione, unita a preghiere e digiuni, a una sorta di arresti domiciliari, erano sufficienti per ottenere la salvezza. Margherita Fornasari, nel frattempo, morì in carcere per l’età avanzata e le pene subite, e le altre valutarono la possibilità di confessare in cambio della salvezza.
Ma il destino cambiò improvvisamente. Vi fu una sostituzione di incarichi e il nuovo inquisitore non si sentì vincolato dal patto o presunto tale, stipulato dal suo predecessore. Trovandosi davanti confessioni complete, decise per la linea più dura: tutte le sette donne coinvolte, Elisabetta Oleari, Margherita e Caterina Fornasari, Antonina del Cilla, Maddalena del Merlo, Majnetta detta “Codera” e Giovannina Vanoni, furono condannate alla pena di morte e anche i resti di Margherita furono dati alle fiamme.