di Davide Sottocasa
Cinque storie, un unico filo: il legame profondo tra questa terra varesina e le piante che l’hanno nutrita e identificata nei secoli.
Tutto comincia più di seimilaottocento anni fa sulle acque del Lago di Varese. Quando una siccità eccezionale tra il 2005 e il 2006 fece abbassare il livello del lago, emerse dall’acqua una struttura lignea neolitica datata tra il 4840 e il 4680 avanti Cristo. E tra quei legni antichi gli archeologi trovarono qualcosa di straordinario: centodieci semi di papavero da oppio, i più antichi mai rinvenuti nell’Italia settentrionale. Non per farne oppio, ma per mangiarli. Quei semi finivano sul pane, davano olio e sapore. Sull’Isolino Virginia, tra palafitte e primi campi, l’uomo stava già sperimentando cosa coltivare per sfamarsi e curarsi.

Scendiamo di qualche millennio e arriviamo a Brebbia, nella piana che guarda il Lago Maggiore. Qui da quasi duemila anni si coltiva il “fasoeu”, il fagiolo dell’occhio, l’unico fagiolo davvero autoctono del Mediterraneo. I romani lo conoscevano già: si racconta che un console, durante i festeggiamenti in onore della dea Minerva, sostò a Brebbia e, in segno di gratitudine, donò dieci giare di questi semi. L’ara pagana su cui veniva sacrificato l’agnello è ancora visibile oggi, incastonata nel portale laterale della chiesa romanica dei Santi Pietro e Paolo. I brebbiesi sono stati soprannominati proprio “Fasoeu” per questo legume piccolo, digeribile, dalla buccia sottilissima. Rischio di estinzione dopo l’arrivo dei fagioli americani, poi la rinascita nel Duemila grazie a Slow Food e all’intero paese, che ancora oggi si ritrova per la tradizionale sbaccellatura di settembre.

Non lontano da lì, ad Angera, il pane racconta un’altra storia antica. Negli anni Settanta, durante gli scavi della necropoli romana, vennero alla luce piccoli panini carbonizzati, offerte funebri per i defunti. Le analisi archeobotaniche rivelarono che erano fatti con farina di farro e frumento, impastati con lievito vivo. Tra le forme più diffuse c’era la caratteristica “tazina” incavata, tipica di Angera. Oggi quel pane rivive grazie ai fornai locali che lo ricreano seguendo le antiche ricette.

Un’altra scoperta importante scritta in una pergamena del 959 attesta che già prima del 950 a Bosto e Oltrona al Lago, c’erano gli olivi e si produceva olio d’oliva. Il documento, che elenca le decime di olio dovute alla Chiesa, è il più antico che nomina questi paesi.
Ulteriore conferma viene dalle bottiglie per il trasporto dell’olio rinvenute nella necropoli di Oltrona al Lago. Queste anfore, databili al primo o secondo secolo dopo Cristo, furono scoperte nel 1872 dall’archeologo Walter K. Foster e sono oggi conservate al museo archeologico di Cambridge. Prova che la coltivazione dell’olivo e la produzione di olio di qualità in questa zona risalgono addirittura all’epoca celtico-romana.

E infine Cantello, dove da quasi centosessant’anni l’asparago è molto più di un ortaggio: è identità. Dal 1863 le famiglie offrivano alla chiesa gli asparagi raccolti, venduti all’asta per pagare le spese parrocchiali. Nel 1968 una delegazione portò addirittura un mazzo di asparagi di Cantello a Papa Paolo VI. Il turione rosato, tenero e saporito, è diventato così importante che dal 1939 il paese gli dedica ogni maggio una festa intera. Oggi porta il marchio DE.CO. e punta all’IGP.

Cinque storie, cinque tesori, stessa terra: il papavero del Neolitico, il fagiolo romano di Brebbia, il pane di farro di Angera, l’olio e gli ulivi di Oltrona al Lago e l’asparago di Cantello. Semi, farine piante e turioni diversi, ma stessa ostinazione varesina di far crescere qualcosa di buono su questa terra.