Non sempre scrivo del nostro territorio. A volte amo spaziare, per dare la possibilità al lettore di ampliare gli orizzonti, incuriosirsi, conoscere, approfondire. Oggi scriverò di Alessandro, Don Alessandro DehòIl Don che vive a Crocetta, in una casa che ogni giorno accoglie chi passa, chi è in cammino, chi chiede ascolto. «Al mattino lavoro (scrivo o bosco o orto…) nel pomeriggio, dalle 14 alle 18, accolgo chi vuole condividere un po’ di tempo con me. Parlando, ascoltando, pregando oppure gustando il silenzio del luogo».
Si, è un Don. Ma la sua non è soltanto una vocazione al sacerdozio, è una vocazione all’ascolto, alla presenza, alla parola. È prete dal 2006. La Parola di Dio è la sua compagna di viaggio: la legge, la medita, la condivide come si condivide ciò che si ama davvero. Non come dottrina distante, ma come pane quotidiano. La sua fede non è separata dalla vita, ne è intrecciata, giorno dopo giorno. Vive in Lunigiana, vicino a un eremo, in una casa tra i boschi. Un luogo che non è rifugio, ma radicamento. Lì il tempo rallenta, il silenzio prende forma, le parole trovano il loro peso giusto. La sua scrittura nasce da qui: da un’esistenza abitata, non osservata da lontano. Vive, e scrive.
In un tempo che chiede velocità, Alessandro Dehò sceglie la profondità. In un mondo che spinge alla semplificazione, lui pratica la complessità gentile. La sua strada non è quella del clamore, ma quella della fedeltà: fedeltà a uno sguardo, a una voce, a una responsabilità verso ciò che racconta. Scrivere significa assumersi il rischio di guardare davvero. Non voltarsi dall’altra parte. Non usare la parola come scudo, ma come ponte. È una scelta che comporta solitudine, ascolto, attenzione. Ma è anche una scelta che genera senso.
Accogliere, per Don Alessandro, non è uno slogan: è una grammatica. Le sue storie non giudicano, non catalogano, non riducono. Accolgono. Accolgono le fragilità, le differenze, i percorsi irregolari. Accolgono l’errore come parte del cammino. Accolgono l’umano così com’è: incompleto, contraddittorio, prezioso.
Nei suoi testi c’è spazio per chi non ha voce, per chi non rientra nelle narrazioni dominanti. C’è spazio per le periferie interiori ed esteriori. Per i silenzi. Per le domande senza risposta. È un’ospitalità anche narrativa, che diventa postura spirituale.
Celebrare non significa edulcorare. Significa riconoscere valore. Alessandro Dehò celebra ciò che resiste: la dignità, la relazione, la cura, la possibilità di riscatto. Celebra la vita nella sua forma più nuda e vera, senza retorica. A volte in maniera cruda, sempre affidandosi. Nei suoi racconti, anche il dolore trova una voce che non lo spettacolarizza ma lo attraversa. La celebrazione non è fuoco d’artificio: è una luce accesa nella stanza giusta. È dire: “questa storia conta”. “Questa persona conta”. “Questo frammento di mondo merita di essere visto”.
Scrive. Credo che Scrivere, per lui, sia un atto spirituale prima ancora che letterario. Le parole non sono decorazione, ma strumento. Non sono fuga, ma attraversamento. Ogni frase è una scelta: di tono, di direzione, di campo. La sua lingua è limpida ma mai povera. È una lingua che non grida, ma resta. Che non impone, ma accompagna. Che non cerca l’effetto, ma l’eco. Leggerlo significa rallentare, fermarsi, lasciare che una frase faccia il suo lavoro dentro di noi. A volte innervosirsi, ma guardarsi dentro.
Perché il mio invito a leggerlo? In un’epoca che consuma storie come prodotti, Don Alessandro propone storie come incontri. Non chiede adesione, ma partecipazione. Non pretende consenso. Chi non lo conosce, entrando nelle sue pagine, non trova un autore da idolatrare, ma una voce con cui dialogare.
È qui che nasce l’affascinazione: nella coerenza, nella dedizione di ogni giorno, nella cura silenziosa. Non serve l’eccezionalità, né l’eroismo o il clamore. Conta l’attenzione costante di un autore che accoglie, celebra e scrive. Accoglie le vite che incontra, celebra ciò che spesso passa inosservato, scrive per dare forma a ciò che chiede di essere detto.
Alessandro Dehò vive la letteratura come un modo per entrare più a fondo nel mondo e nella realtà che ci circonda. La sua passione va oltre la scrittura: è rivolta all’umano, alle persone, alle loro storie. Ed è proprio questo che rende il suo lavoro oggi così necessario.
Si potrebbe pensare che le sue parole non ci riguardino. Eppure basta leggerlo per accorgersi che dentro ci siamo tutti, ognuno con la propria voce.
Trovate notizie di lui qui: alessandrodeho.com