Ci sono alberi che, più di altri, diventano parte dell’identità di una città. Per oltre un secolo, i cinque cedri dell’Himalaya dell’ex Villa Vittoria hanno accompagnato la vita di Varese, osservando dall’alto una città che cambiava volto: dalle eleganti ville immerse nel verde della Belle Époque al traffico intenso che oggi percorre viale Aguggiari, una delle arterie più frequentate del capoluogo.
È quindi comprensibile che la decisione di abbatterli abbia suscitato mobilitazioni e una raccolta firme con cui molti cittadini chiedono una perizia super partes e il blocco delle motoseghe. Comprensibile, perché quei cinque alberi, stimati in circa 120 anni di età, appartengono al paesaggio della Città Giardino e alla memoria collettiva.
Ma accanto all’emozione esiste un’altra storia. È quella raccontata dalle perizie tecniche, dai sopralluoghi, dalle analisi strumentali e da oltre vent’anni di monitoraggi. Una storia che merita di essere conosciuta prima di trasformare una vicenda complessa in una battaglia tra chi vuole salvare gli alberi e chi intende abbatterli.
Una decisione maturata nel tempo
L’autorizzazione all’abbattimento non nasce da un sopralluogo recente né da una valutazione isolata. Negli anni, i cinque cedri sono stati esaminati da più professionisti: prima dall’agrotecnico Luciano Riva, poi da Marco Giorgetti nel 2018 e, infine, da Enrico Rodi, autore della relazione del dicembre 2024 e della successiva integrazione del giugno 2025, arricchita da tomografie soniche e ulteriori verifiche biomeccaniche.
Il loro compito non era stabilire il valore estetico delle alberature, ma verificarne la propensione al cedimento, valutando il rischio secondo i protocolli oggi adottati nell’arboricoltura moderna.
Le conclusioni convergono su un dato: gli alberi presentano criticità strutturali documentate nel tempo e classificate nelle categorie C e C/D, cioè condizioni che indicano anomalie significative o gravi, tali da richiedere interventi di mitigazione o, quando questi non risultano più efficaci o compatibili con la buona pratica arboricolturale, la sostituzione degli esemplari.
Quando cambia la città, cambia anche il rischio
Quando quei cedri furono piantati, all’inizio del Novecento, viale Aguggiari era una strada residenziale, circondata da ville e giardini. Il traffico era quasi inesistente e nessuno avrebbe potuto prevedere lo sviluppo urbanistico che avrebbe trasformato quell’asse in una delle principali direttrici della viabilità cittadina.
Ed è proprio questo cambiamento a entrare oggi nella valutazione del rischio. Pietro Cardani, dottore forestale e responsabile del Verde pubblico del Comune di Varese, lo spiega con estrema chiarezza.
«Le piante hanno dei problemi, ma il punto fondamentale è dove si trovano. La valutazione del rischio considera la probabilità che cada un ramo, la dimensione di ciò che può cadere e il luogo in cui può cadere. Un conto è un albero in mezzo al bosco, un altro è un albero sopra una strada ad alta frequentazione, con fermate del trasporto pubblico.»
Tre cedri si affacciano infatti direttamente su viale Aguggiari, interessato da un intenso traffico veicolare e dalla presenza della fermata di quattro linee di autobus; gli altri due prospettano su via Paravicini, anch’essa caratterizzata da una costante presenza di veicoli. Per questo motivo il Comune ha ritenuto elevata la vulnerabilità dell’area e ha espresso parere favorevole alla sostituzione dei cinque alberi.
Perché non è stato eseguito il pulling test
Tra le richieste avanzate dai cittadini figura quella di sottoporre gli alberi al pulling test, la prova di trazione utilizzata per valutare la stabilità di un albero. Le relazioni tecniche si sono invece basate su controlli visivi specialistici, tomografie soniche e confronto con le analisi effettuate negli anni precedenti.
Cardani offre una spiegazione tecnica: «il pulling test serve per valutare il rischio di sradicamento e di frattura del fusto alla base. In questo caso, però, il problema principale è la possibile perdita di rami di grosse e medie dimensioni da notevoli altezze. Per questo non l’ho ritenuto necessario».
E aggiunge: «I cavi di consolidamento dinamici (elastici), anche se installati da arboricoltori specializzati, non sempre ne hanno impedito la caduta al suolo, come da documentazione in atti comunali».
A sostegno di questa valutazione, cita il contributo del fisico tedesco Frank Rinn, tra i massimi esperti mondiali di biomeccanica degli alberi e di tecnologie diagnostiche non distruttive per l’arboricoltura. Secondo Rinn, «molti dei milioni di sistemi di consolidamento dinamico installati causano piuttosto danni agli alberi e aumentano inutilmente i costi di cura e manutenzione». Invece, «in molti casi, i sistemi di consolidamento statico e di trattenuta/sostegno hanno senso e possono contribuire a preservare molti alberi vecchi molto più a lungo a costi relativamente bassi».
Tuttavia, anche quest’ultima soluzione, presenta limiti. Lo Standard Europeo di consolidamento degli alberi (2022) evidenzia come i sistemi statici modifichino i movimenti naturali di chioma, richiedano il posizionamento di un sistema artificiale sull’albero, e la necessità di interventi di controllo e manutenzione nel tempo.
Nel caso dei cedri di Villa Vittoria, «i dispositivi dovrebbero essere installati nella parte dinamica della chioma (terzo superiore) in contrasto con i suggerimenti dello stesso Standard europeo” specifica Cardani.
La paura di Bombelli nasce dalla memoria della città
Dietro la vicenda c’è anche la storia personale del proprietario. «Io non sono un arboricoltore» dichiara preoccupato Paolo Bombelli, ingegnere strutturista. «Ma il buon senso mi dice che alberi destinati a raggiungere trenta o quaranta metri di altezza non si piantano a tre o quattro metri uno dall’altro e a ridosso delle abitazioni e di una strada così trafficata.»
Ricorda ancora un episodio che lo colpì profondamente. «Nel 1983 una grossa cima cadde su viale Aguggiari. Per fortuna non passava nessuno.»
Poi arrivò il 12 luglio 2024, quando il violento wet downburst provocò schianti e sradicamenti in numerose zone della città. Da allora, racconta, quella preoccupazione è diventata un pensiero quotidiano.
«Non voglio finire in tribunale con l’accusa di omicidio colposo. Se dovesse accadere qualcosa, la responsabilità sarebbe mia.»
La sua, tuttavia, non è soltanto una paura personale. La documentazione allegata al parere comunale ricostruisce infatti una lunga serie di episodi che hanno interessato alberi appartenenti allo stesso genere Cedrus. Negli ultimi venticinque anni risultano documentati oltre venti eventi: dalle nevicate del 2000, 2001, 2004, 2005, 2013, 2016 e 2017, ai nubifragi del 2008 e del 2011, fino ai cedimenti improvvisi registrati al Parco Torelli Mylius, al Parco Mirabello, al Cimitero di Sant’Ambrogio, al Parco Toeplitz, all’Ospedale di Circolo, in viale Aguggiari e durante il wet downburst del luglio 2024, oltre ai danni provocati dal forte vento del marzo 2026.
Sono episodi che molti cittadini hanno probabilmente dimenticato, ma che costituiscono il quadro di riferimento sul quale i tecnici hanno costruito le loro valutazioni.
Sabato il primo intervento, ma resta aperto uno spiraglio
Salvo modifiche dell’ultima ora, domani 4 luglio saranno abbattuti i due cedri che si affacciano su via Paravicini, dando avvio all’intervento autorizzato dal Comune.
Diversa potrebbe essere la sorte dei tre alberi lungo viale Aguggiari. Bombelli spiega infatti di non avere rinunciato a cercare una soluzione alternativa.
«Se esistesse una soluzione che mi garantisse la sicurezza delle persone e mi sollevasse completamente da qualsiasi responsabilità civile e penale, sarei il primo a voler salvare quei tre alberi.»
Una disponibilità che lascia aperta una possibilità, ma a una condizione che il proprietario considera imprescindibile: la certezza che nessun futuro cedimento possa trasformarsi in una tragedia.
La “pianta giusta al posto giusto”
La vicenda richiama infine un principio destinato a guidare sempre più la gestione del verde urbano.
Il Decreto del Ministero dell’Ambiente 10 marzo 2020, che ha introdotto i Criteri Ambientali Minimi (CAM) per il servizio di gestione del verde pubblico, promuove le Nature Based Solutions e il principio della “pianta giusta al posto giusto”.
Non significa abbattere alberi, ma scegliere specie compatibili con lo spazio disponibile, capaci di crescere senza continue potature drastiche e senza richiedere manutenzioni energivore. È una filosofia che guarda al futuro delle città, cercando di conciliare qualità paesaggistica, sostenibilità e sicurezza
Tra memoria e responsabilità
L’affetto che Varese prova per questi cinque cedri è autentico. Fa parte dell’identità della Città Giardino. Ma la memoria collettiva non dovrebbe fermarsi soltanto alla loro bellezza. Dovrebbe ricordare anche gli eventi estremi che negli ultimi venticinque anni hanno colpito il patrimonio arboreo cittadino e le conseguenze che, più volte, hanno interessato proprio il genere Cedrus.
È in questo equilibrio sottile tra memoria, competenza tecnica e responsabilità che si colloca una decisione destinata a dividere. Perché il compito di chi governa il verde urbano non è scegliere tra alberi e persone, ma fare in modo che la tutela dell’uno non finisca, un giorno, per compromettere la sicurezza delle altre.