di Paolo Costa
Milano attirava i varesini anche a fine ‘800. C’era un pendolarismo muscolare come quello del muratore e futuro campione di ciclismo Luigi Ganna, che tutti i giorni faceva avanti e indietro in bicicletta da Induno Olona, e c’era chi si trasferiva per scappare dalla miseria come i Gervasini, la famiglia originaria di Sant’Ambrogio Olona che diede i natali a un sacerdote molto amato. In riva all’Olona, il fiume di Milano che nasce dalle nostre parti, iniziavano evidentemente storie importanti, legate a personaggi che appartengono alla memoria collettiva.

I Gervasini, poveri in canna (lei lavoratrice di filanda e lui cavatore), furono particolarmente sfortunati coi figli: ne persero quattro prematuramente. Ma il Destino volle che il quinto si distinguesse negli studi fino ad abbracciare la vocazione sacerdotale. Nato nel 1867, Giuseppe Gervasini volle celebrare la prima messa nel paese dove era nato e cioè Sant’Ambrogio Olona. Ma fu una comparsata molto breve. Lui infatti, cresciuto nel quartiere milanese allora malfamato dell’Isola (lo stesso dove sarebbero nati Giovanni Borghi e Silvio Berlusconi), stava per iniziare in quanto prete un periodo itinerante a Milano e dintorni, un anno qui e un anno là con incarichi a termine. Era considerato un prete scomodo, particolare, da avvicinare con cautela. E invece, proprio a lui, tutti i santi giorni, si approcciavano torme di malati imploranti la guarigione. Persone che si affidavano alle sue pratiche, ai suoi impacchi e alle sue erbe. Tutte cose che lui aveva cominciato a studiare – applicando osservazione e pratica – ai tempi della naja, assolta a Caserta da addetto alla sanità. Don Giuseppe non era un tipo facile. Si presentava trasandato, brusco e spiccio nei modi. Eppure la gente lo adorava perché era buono.
Tra le tante parrocchie servite in obbedienza si distinse infine quella di Retenate (era comune autonomo, oggi è frazione di Vignate), dove gli fu data la possibilità di una permanenza non fugace. Così don Giuseppe è diventato il “Pret de Ratanà”, un soprannome che ne ha accompagnato la fama. Mentre però i più lo stimavano, e lo consideravano un taumaturgo, alcuni lo bollavano come stregone. Da notare che persino gli arcivescovi ebbero pareri discordi su di lui: Ferrari lo sospese a divinis e Schuster lo reintegrò e lo benedisse. Don Giuseppe (da leggere la bella biografia scritta da Valentino De Carlo, edizione Meravigli) faceva discutere, certo, ma spesso trovava la soluzione ad hoc per ogni malanno che gli veniva presentato. E così c’era chi gli dimostrava una riconoscenza infinita, come quel tale che gli regalò una casa a Baggio.
Ratanà è oggi anche il nome (suggerito dalla vicenda del Pret) di un ristorante molto conosciuto, situato in zona Isola a Milano accanto a piazza Gae Aulenti e che propone una cucina ispirata alla tradizione. A due passi c’è il Cimitero Monumentale, che ha accolto don Giuseppe in quanto rappresentante della milanesità popolare. Lì, dal 1941, anno della morte, la sua tomba ha continuato ad attirare persone che gli sono grate, segno che il Pret de Ratanà – con le sue erbe e le sue ricette – di speranza ne aveva seminata davvero tanta.