Dal “prato del quartiere” alla caserma: quando Varese scoprì la modernità

Oggi la vediamo imbavagliata dai ponteggi, al centro di una trasformazione che promette un grande polo culturale. Ma la storia della caserma Garibaldi comincia molto prima, quando quest’area era appena fuori città e si chiamava semplicemente “prato del quartiere”.
Nel Settecento qui dominava il palazzo Griffi, poi convento, poi teatro, infine prima caserma del borgo: un edificio gotico-lombardo considerato tra i più belli di Varese. Nel 1792 il complesso viene trasformato in presidio militare stabile, ospitando negli anni truppe austriache, francesi, del Regno Italico e poi italiane.

Dopo la battaglia del 1859 e la scelta di Varese come sede di un battaglione di fanteria e uno di cavalleria, il primo sindaco Carlo Carcano avverte la necessità di una nuova struttura più capiente. La città è nel pieno di una stagione di interventi: si tombina il Vellone, si amplia il cimitero, si combatte il colera. Anche la caserma diventa parte di questo processo di modernizzazione.
Nel 1861 viene costruito il primo corpo dell’edificio affacciato sull’attuale piazza della Repubblica, lo stesso anno della nascita del Regno d’Italia. Seguiranno il sopralzo del 1878, il nuovo corpo su via Magenta nel 1886 e, nei primi anni del Novecento, il completamento del quadrilatero. Nel frattempo il “prato” diventa piazza mercato e poi luogo di parate, feste pubbliche e “gentile passeggio”: la caserma entra nella scena urbana e simbolica di Varese.

Quelle mura non ospitano solo camerate: vengono usate anche come ospedale per colerosi, anticipando un’idea moderna di multifunzionalità degli edifici pubblici.
Da qui partono soldati per la Prima guerra mondiale, i ragazzi del ’99, poi quelli diretti ai fronti della Seconda guerra, dalla Russia al Nord Africa fino a Cefalonia.
La caserma resta in attività fino agli anni Settanta, poi diventa deposito militare e progressivamente si svuota di funzioni, ma non di memoria. Nel 2003 la Soprintendenza la definisce “significativo esempio di architettura militare” e la sottopone a vincolo: una decisione che impedirà future ipotesi di demolizione integrale.
Oggi, mentre la facciata restaurata torna a giallo sulla piazza, l’ex caserma sembra chiudere un cerchio: da infrastruttura della difesa a infrastruttura della conoscenza, da luogo di disciplina a spazio potenziale per libri, archivi e studenti.

La domanda, però, resta la stessa di metà Ottocento: quale città vogliamo costruire attorno a questo edificio?

Valentina Fumagalli