Per molti varesini l’ex Aermacchi è sempre stata parte del paesaggio. Un pezzo di città che si attraversava senza guardare, nascosto dietro muri che sembravano esistere da sempre. Eppure, per chi ha qualche anno in più sulle spalle, quei muri custodivano una delle storie industriali più importanti del Novecento varesino.
Molto prima di diventare un’area dismessa e un tema urbanistico, l’Aermacchi era uno dei nomi che avevano contribuito a costruire l’identità industriale della città. La vicenda affonda le sue radici nei primi decenni del Novecento, quando Giulio Macchi diede vita a quella che sarebbe diventata una delle aziende aeronautiche più conosciute d’Italia. Se gli stabilimenti di Venegono rappresentarono il cuore produttivo della società, il legame con Varese rimase profondo e contribuì a creare una comunità di tecnici, progettisti e maestranze altamente specializzate.
Da quei reparti nacquero velivoli che avrebbero segnato la storia dell’aviazione italiana. Tra questi l’MB-326, considerato uno dei più riusciti aerei da addestramento militare del secondo dopoguerra, esportato in numerosi Paesi del mondo, e il suo successore MB-339, divenuto celebre anche grazie all’impiego da parte delle Frecce Tricolori. Per decenni il nome Aermacchi fu sinonimo di innovazione tecnologica e rappresentò uno dei volti meno visibili ma più qualificati dell’economia varesina.
Per lungo tempo, nonostante la sua posizione a pochi minuti dal centro cittadino, l’area mantenne un carattere quasi appartato. Dietro le recinzioni e i grandi edifici industriali si svolgevano attività che pochi varesini conoscevano davvero. Era uno di quei luoghi che tutti sapevano indicare sulla mappa della città ma che pochissimi avevano avuto occasione di vedere dall’interno. Una sorta di città nella città, con i propri ritmi, i propri spazi e una vita quotidiana che restava in gran parte nascosta agli occhi di chi passava lungo via Crispi o via Sanvito.
Quando la stagione industriale si concluse, rimase un comparto vastissimo nel cuore della città. Per oltre vent’anni quell’area è stata una presenza silenziosa nel tessuto urbano varesino. I capannoni si sono svuotati, la vegetazione ha preso possesso di alcuni spazi e il complesso è diventato uno dei più estesi esempi di archeologia industriale presenti in città. Nel frattempo Varese continuava a cambiare attorno a quel grande vuoto, quasi abituandosi alla sua esistenza.
Proprio il valore storico di alcuni edifici ha accompagnato il lungo percorso che ha portato all’attuale progetto di trasformazione. Durante l’iter autorizzativo la Soprintendenza è intervenuta chiedendo che una parte delle strutture considerate più significative venisse conservata. In particolare gli storici hangar, testimonianza dell’identità industriale e produttiva del luogo, sono stati riconosciuti come elementi da integrare nel nuovo assetto urbanistico piuttosto che da cancellare completamente.
La questione della loro tutela ha accompagnato gran parte del dibattito degli ultimi anni. Da una parte vi era l’esigenza di dare una nuova funzione a un comparto ormai inutilizzato; dall’altra la volontà di non perdere ogni traccia di un luogo che aveva rappresentato una pagina importante della storia economica cittadina. La soluzione individuata punta a mantenere alcuni degli edifici più rappresentativi inserendoli all’interno del nuovo progetto, come testimonianza tangibile del passato industriale dell’area.
Dopo anni di confronti, modifiche progettuali e passaggi autorizzativi, l’area è stata acquisita dall’imprenditore varesino Paolo Orrigoni, che ha promosso l’intervento oggi in corso e illustrato nei giorni scorsi ai cittadini durante l’incontro pubblico organizzato a Palazzo Estense. Secondo quanto emerso, il comparto sarà profondamente diverso da quello che i varesini hanno conosciuto per gran parte del Novecento. Al centro dell’intervento sorgerà un grande polo dedicato allo sport, con una piscina olimpionica coperta da cinquanta metri destinata sia alle attività agonistiche sia a quelle aperte al pubblico. Attorno a essa troveranno posto spazi per il fitness, campi per il padel e strutture dedicate ad attività sportive e manifestazioni.
L’intervento non riguarderà però soltanto lo sport. Il progetto prevede nuove attività commerciali e di servizio, percorsi ciclopedonali che attraverseranno l’area collegando zone della città oggi separate, spazi verdi accessibili e luoghi pensati per la socialità quotidiana. Una particolare attenzione sarà riservata al torrente Vellone che attraversa il comparto e che, dopo essere rimasto per anni quasi nascosto all’interno dell’area industriale, dovrebbe tornare a essere un elemento riconoscibile del paesaggio urbano.
Nelle intenzioni dei progettisti c’è quella di ridisegnare una parte di città rimasta a lungo chiusa e inaccessibile. Il nuovo assetto unirà funzioni sportive, commerciali e spazi pubblici in un luogo che per gran parte della sua esistenza era stato dedicato esclusivamente alla produzione.
Oggi, mentre i cantieri avanzano e gran parte delle strutture che hanno caratterizzato il sito sono ormai scomparse, l’ex Aermacchi si trova in una condizione rara: quella di un luogo sospeso tra memoria e trasformazione. Per oltre un secolo questo spazio ha raccontato una parte della storia industriale varesina; nei prossimi anni racconterà inevitabilmente qualcosa di diverso. Resteranno gli hangar salvaguardati dalla Soprintendenza, qualche traccia del passato e i ricordi di chi qui ha lavorato. Tutto il resto sarà una pagina nuova, che la città avrà il tempo di osservare, comprendere e, forse, fare propria.

