di Paolo Costa
Pienamente soddisfatto per il successo della prima del Nabucco alla Scala, nel marzo del 1842 Giuseppe Verdi accettò l’invito di Carlo Tatti e trascorse qualche giorno a Comerio per provare a ritemprarsi dopo troppi mesi di sofferenze a causa della morte della moglie, di due figli entrambi all’età di un anno e mezzo, degli insuccessi dei suoi primi lavori. Al Maestro era capitata una serie di eventi dolorosi che nemmeno gli applausi pur travolgenti al Nabucco potevano alleviare. Gli serviva un periodo di quiete per recuperare almeno un po’ di serenità. E così il panorama di Villa Tatti, che si apre sul lago di Varese e sulla catena alpina con il maestoso Monte Rosa, poteva essere un toccasana. I Tatti, originari di Milano, erano una famiglia nobiliare molto ricca, con possedimenti immobiliari sparsi nel milanese e nel varesotto. Ed erano ben introdotti nelle alte sfere del governatorato asburgico. Ospitare Verdi, protagonista della vita culturale e musicale della Milano che contava, era per loro motivo di prestigio. Non potevano immaginare, allora, che l’autore del Nabucco stava per diventare uno dei massimi ispiratori degli ideali risorgimentali.
Costruita all’inizio del ‘700, prima di analoghe ville sorte a Casbeno e a Biumo, la dimora dei Tatti fu concepita come luogo per coltivare le pubbliche relazioni. Per questo motivo all’interno dell’ampio giardino, tipico della scuola italiana settecentesca, fu costruito un edificio dal gusto neoclassico definito padiglione della musica che consentiva ritrovi conviviali nello stile delle cafe house ed esibizioni di musicisti. L’aspetto del parco era simile a quello attuale, con un vialetto delimitato da due filari di cipressi, un’ampia fontana con giochi d’acqua e un’esedra con due scale laterali che invitavano a salire per ammirare un panorama unico, assolutamente indimenticabile nelle giornate terse. Tutti questi ambienti Giuseppe Verdi li ha sicuramente conosciuti, abbandonandosi al piacere di una passeggiata nel parco magari in compagnia di una dama. Non si conosce, però, la data esatta della sua visita. Quello esposto in precedenza è infatti soltanto un esercizio giocoso, frutto della fantasia ispirata dalla intatta bellezza, a trecento anni dalla sua fondazione, della villa Tatti – Tallacchini.
Perché il doppio cognome? Perché nel 1857 i proprietari originari vendettero la nobile dimora alla ditta Fratelli Tallachini, che possedeva filande a Milano e nel varesotto e aveva intenzione di costruire accanto alla villa un grande fabbricato da destinare alla lavorazione di fibre tessili. Un secolo dopo, quando ormai la bachicoltura era già diventata un ricordo, l’intero complesso con villa, fabbrica e parco venne acquistato da Roberto Berger, che realizzò a Comerio il suo sogno imprenditoriale inventando il Caffè Hag. Per circa vent’anni la produzione della polvere per la bevanda senza caffeina andò a gonfie vele assicurando lavoro alle famiglie comeriesi. Alla fine degli anni ’60 fu però deciso il trasferimento dello stabilimento a Pomezia. Così, come risarcimento per il danno sociale, la fabbrica venne donata al Comune, che la trasformò nell’attuale centro civico sede municipale, di scuole e servizi.
Ma altri cambiamenti erano all’orizzonte. La villa venne infatti acquistata da una società immobiliare che la suddivise in appartamenti, convertendola in condominio. D’altro canto la parte meridionale del parco era nel frattempo precipitata in uno stato di degrado desolante e davvero poco onorevole per Comerio.
Fu perciò il Comune, nel 2005, a promuovere i restauri, grazie anche al concorso di fondi statali. In pochi anni il giardino, i cipressi, l’esedra, la fontana, la distesa erbosa e infine il padiglione della musica riguadagnarono l’antico splendore e furono resi disponibili ad ospitare feste, eventi, concerti, matrimoni, scolaresche e visitatori in cerca di relax.





