Il 3 novembre 1957 – venne inaugurato ufficialmente il Santuario di Sant’Antonio da Padova alla Brunella.
Un’inaugurazione che segna il Novecento religioso varesino
Ci sono date che, nel paesaggio urbano di una città, fanno da svolta silenziosa: pietre collocate che cambiano per sempre l’ordine della percezione. Il 3 novembre 1957, per Varese, è una di quelle date. In quel giorno venne inaugurato ufficialmente il Santuario di Sant’Antonio di Padova alla Brunella: un edificio che porta sulle spalle – in modo forse più evidente di altri luoghi sacri della città – la grande tensione fra innovazione architettonica e continuità della tradizione, una tensione che attraversa tutto il XX secolo.
Il Santuario è opera dell’architetto milanese Giovanni Muzio, figura chiave del razionalismo italiano ma con radici profondissime nello studio dell’architettura storica italiana e nel linguaggio del sacro. Muzio iniziò a lavorarci nel 1938, ma lo scoppio della guerra e la scarsità di risorse economiche imposero di costruire prima la piccola chiesa sul largo (oggi Largo Pigionatti), inaugurata nel 1939. La grande chiesa della Brunella, l’edificio iconico che oggi tutti riconosciamo, venne iniziata solo dopo il 1951: sei anni di lavori per il Santuario, poi altri anni di cantiere per convento e seminario fino al 1964. È un’opera moderna affacciata sul dopoguerra, ma con radici profonde.
La rotazione storica del Santo a cui è dedicato è cruciale: Sant’Antonio di Padova (nato come Fernando Martins de Bulhõe) – il discepolo più amato di Francesco d’Assisi – secondo una tradizione non documentata, avrebbe predicato a Varese nel 1228. E proprio quella predicazione avrebbe originato un piccolo convento a Biumo Superiore, poi diventato Villa San Francesco. Non c’è prova storica, ma la memoria popolare, spesso, è più potente del documento scritto: da questo legame spirituale, sentito vero dalla città, deriva quella percezione di “atto dovuto” che Bonoldi riporta.
Il Santuario della Brunella è un capolavoro di sintesi. La sua cupola – l’elemento che colpisce per primo – richiama quella progettata dallo stesso Muzio per la Basilica dell’Annunciazione di Nazaret. Ma qui il disegno è ancora più puro, geometrico, audace: una cupola ottagonale a doppio guscio di calcestruzzo armato, rivestita in rame, sferoidale all’esterno, piramidale all’interno. La modernità strutturale, in quelle superfici curve, è evidente e non cerca compromessi.
Eppure, sotto questa calotta razionale e innovativa, l’impianto generale della chiesa dialoga con il romanico lombardo: la purezza delle masse, l’uso del cotto, il ritmo semplice delle aperture, la pietra bianca dei portali, il grande zoccolo in porfido rosso di Cuasso al Monte. È modernità che non cancella la memoria: la attraversa, la interpreta.
Il Santuario ha pianta centrale, tre navate, un nartece che protegge l’accesso alla grande cripta sottostante: ancora oggi una delle architetture ipogee più sorprendenti della città. Prevedeva originariamente affreschi e mosaici (Muzio voleva un interno narrativo, ricco), ma quella parte del progetto rimase sulla carta. Solo nel 1999, molto più tardi, l’architetto Comana ha ridisegnato il presbiterio.
Il suo nome deriva infine dalla cascina Brunella: nucleo originario dove, nel 1938, i primi frati si insediarono ricavando sotto un porticato una piccola cappella, poi danneggiata gravemente dai bombardamenti del 1944.
Oggi la parrocchia fa parte della Comunità pastorale di Sant’Antonio Abate – che ha il suo centro nella Basilica di San Vittore.
Il Santuario della Brunella rimane uno dei più significativi “templi moderni” del Varesotto: un edificio che racconta un’epoca e una sensibilità. E che mostra come la modernità, quando è profonda, non rompe con la storia, ma la continua.
Fausto Bonoldi
Foto Paola Molinari