Il suono di Varese fino a Seoul: la storia del liutaio Paolo Trazzi

di Valentina Fumagalli

C’è un filo sottile che unisce una bottega silenziosa di Varese alle sale di Seoul. È il filo della liuteria italiana, che dalle officine di Cremona del Seicento continua a risuonare oggi nelle mani di Paolo Trazzi, giovane artigiano chiamato a rappresentare l’Italia al Fine Viola Museum del 2026.

Nel suo laboratorio, il tempo sembra sospeso. Tavole di acero e abete stagionano per anni prima di trasformarsi in strumenti. «Compri il legno oggi, lo userai tra sei anni», racconta. «È un lavoro che ti obbliga alla pazienza, alla visione lunga».
La liuteria è una delle espressioni più alte dell’artigianato italiano, nata e perfezionata tra Cremona, Brescia e Venezia, dove nomi come Amati, Stradivari e Guarneri hanno definito un modello ancora oggi insuperato. Nel tempo, la tradizione si è trasformata, attraversando crisi e rinascite, fino a trovare nuova linfa nelle botteghe contemporanee, dove il sapere continua a trasmettersi per contatto diretto, gesto dopo gesto .

È proprio in questa continuità che si inserisce il percorso di Trazzi. Dopo il liceo artistico, quando l’architettura sembrava la strada più naturale, è la musica a guidarlo altrove. «Le materie scientifiche mi mettevano in difficoltà, ma la musica è sempre stata centrale. Suonavo, ascoltavo, cercavo un linguaggio».
L’incontro con la scuola di liuteria apre una direzione inattesa. «Era un ambiente internazionale, con studenti da tutto il mondo. Lì capisci che l’Italia ha qualcosa di unico. Il violino nasce qui, è una tradizione che non esiste altrove».

Da allora, il suo lavoro si costruisce nella lentezza e nella precisione. Ogni strumento richiede mesi, talvolta quattro o più per un solo esemplare. «Faccio pochi strumenti all’anno, cinque o sei. Un lavoro che diventa dialogo con il materiale e con il musicista». Un mestiere solitario, quasi ascetico. «Stai ore chino sul banco, spesso nel silenzio e al buio. È un lavoro eremitico», dice. Eppure, proprio da questo raccoglimento nasce una rete globale. Il mercato, oggi, è lontano dall’Italia. «Qui è una nicchia, all’estero c’è una vera cultura dello strumento. In Asia investono, studiano, cercano qualità».

È in questo scenario che si inserisce Seoul. L’evento riunisce strumenti storici e contemporanei, offrendo ai musicisti la possibilità di suonarli, confrontarli, comprenderli attraverso il suono. «Le viole vivono, vengono provate, ascoltate. È questo il senso della liuteria».
Trazzi partecipa con strumenti già commissionati da un collezionista coreano. «Le nostre viole sono già lì. È una responsabilità, perché rappresentiamo una tradizione che parte dal Settecento e arriva fino a noi». L’emozione è palpabile. «Siamo un po’ tesi, perché è un evento importante, con musicisti di altissimo livello. Però sono occasioni che ti danno una soddisfazione impagabile».

In fondo, è questo il paradosso più affascinante. Un mestiere antico, fatto di legno e silenzio, capace di attraversare i continenti. Dalla quiete di una bottega varesina alle luci di Seoul, la liuteria continua a raccontare una storia tutta italiana, che il mondo ancora ascolta.