Il 29 agosto 1689: la prima pietra del convento di San Bartolomeo
Il 29 agosto 1689 segna una data importante per la storia di Varese: quel giorno fu posta la prima pietra del convento di San Bartolomeo, sul colle di Campigli, dal lato di Casbeno. Un luogo che, nei secoli, avrebbe cambiato volto e funzione, diventando prima centro religioso, poi villa nobiliare e, in seguito, memoria quasi dimenticata della città.
I Cappuccini a Varese
L’insediamento dei Padri Cappuccini a Varese risale al 1562, quando fondarono il cosiddetto “Monastero vecchio” in un’area allora paludosa di Casbeno, vicino all’attuale viale Monte Rosa. L’ubicazione però si rivelò ben presto poco salubre e inadatta: il terreno umido e malarico rese necessario un trasferimento. Fu così che, verso la fine del Seicento, i religiosi decisero di edificare un nuovo convento in posizione più elevata e salubre, sulla collina di Campigli.
La permuta e la prima pietra
La costruzione fu resa possibile da un accordo con la famiglia Martignoni, grandi proprietari terrieri della zona. Andrea Martignoni concesse infatti ai Cappuccini un terreno sulla collina, ricevendo in cambio il sito del monastero abbandonato a valle. Fu lo stesso Andrea Martignoni, il 29 agosto 1689, a porre la prima pietra del nuovo convento, dando avvio a una storia plurisecolare. La portineria del convento si trovava nella zona che oggi ospita il “Masso Sacro del Grappa”, all’inizio della via Morselli, strada che conduce attualmente alla scuola media “Dante Alighieri” e al Liceo “Manzoni”.
Sopra l’arco d’accesso al convento era affrescata una scena della Sacra Famiglia in sosta lungo il viaggio verso l’Egitto, conosciuta come la “Quiete”. Alcuni studiosi l’hanno attribuita al pittore Francesco Cairo, figura di spicco della pittura lombarda seicentesca.
La sepoltura di Francesco III d’Este
Il convento di San Bartolomeo custodì anche un episodio di rilievo storico: nel 1780 vi fu sepolto per la prima volta Francesco III d’Este, duca di Modena e signore di Varese. La presenza della sua tomba nel convento attestava l’importanza del complesso non solo per la vita religiosa, ma anche per la storia politica della città.
La soppressione napoleonica e la trasformazione
Con l’età napoleonica e le leggi di soppressione degli ordini religiosi, il convento di San Bartolomeo fu chiuso e la proprietà passò ai Sanvito. Questa famiglia decise di trasformare il complesso in una residenza privata, la villa “La Quiete”. La trasformazione comportò la demolizione della maggior parte della chiesa conventuale e la ridefinizione dell’insieme in chiave ottocentesca.
La scalinata che ancora oggi porta al colle conserva il nome di “Quiete”, sebbene nessuna targa ne ricordi l’origine.
Dalla villa alla memoria
La villa fu ulteriormente modificata nel tempo. La portineria, con il suo arco affrescato, venne abbattuta. Oggi restano soltanto poche tracce del convento originario, visibili all’ingresso del Liceo classico “Ernesto Cairoli”.
Il nome “La Quiete” sopravvisse però e fu adottato anche per la vicina clinica, sorta negli anni Venti del Novecento nella villa Barbò-Strada-Leonino, elegante edificio eclettico di metà Ottocento, oggi purtroppo chiuso.
Una storia da non dimenticare
Il convento di San Bartolomeo, la villa “La Quiete” e i successivi sviluppi rappresentano un tassello importante del rapporto fra Varese e il suo territorio collinare. Un intreccio di vicende religiose, nobiliari e cittadine che ha lasciato tracce ancora visibili, seppure frammentarie, nella memoria urbana.
Ricordare oggi la posa della prima pietra, il 29 agosto 1689, significa riscoprire le radici profonde di un luogo che ha cambiato volto più volte, ma che continua a parlarci della storia di Varese e dei suoi protagonisti.
Fausto BonoldiIl 29 agosto 1689: la prima pietra del convento di San Bartolomeo
Il 29 agosto 1689 segna una data importante per la storia di Varese: quel giorno fu posta la prima pietra del convento di San Bartolomeo, sul colle di Campigli, dal lato di Casbeno. Un luogo che, nei secoli, avrebbe cambiato volto e funzione, diventando prima centro religioso, poi villa nobiliare e, in seguito, memoria quasi dimenticata della città.
I Cappuccini a Varese
L’insediamento dei Padri Cappuccini a Varese risale al 1562, quando fondarono il cosiddetto “Monastero vecchio” in un’area allora paludosa di Casbeno, vicino all’attuale viale Monte Rosa. L’ubicazione però si rivelò ben presto poco salubre e inadatta: il terreno umido e malarico rese necessario un trasferimento. Fu così che, verso la fine del Seicento, i religiosi decisero di edificare un nuovo convento in posizione più elevata e salubre, sulla collina di Campigli.
La permuta e la prima pietra
La costruzione fu resa possibile da un accordo con la famiglia Martignoni, grandi proprietari terrieri della zona. Andrea Martignoni concesse infatti ai Cappuccini un terreno sulla collina, ricevendo in cambio il sito del monastero abbandonato a valle. Fu lo stesso Andrea Martignoni, il 29 agosto 1689, a porre la prima pietra del nuovo convento, dando avvio a una storia plurisecolare. La portineria del convento si trovava nella zona che oggi ospita il “Masso Sacro del Grappa”, all’inizio della via Morselli, strada che conduce attualmente alla scuola media “Dante Alighieri” e al Liceo “Manzoni”.
Sopra l’arco d’accesso al convento era affrescata una scena della Sacra Famiglia in sosta lungo il viaggio verso l’Egitto, conosciuta come la “Quiete”. Alcuni studiosi l’hanno attribuita al pittore Francesco Cairo, figura di spicco della pittura lombarda seicentesca.
La sepoltura di Francesco III d’Este
Il convento di San Bartolomeo custodì anche un episodio di rilievo storico: nel 1780 vi fu sepolto per la prima volta Francesco III d’Este, duca di Modena e signore di Varese. La presenza della sua tomba nel convento attestava l’importanza del complesso non solo per la vita religiosa, ma anche per la storia politica della città.
La soppressione napoleonica e la trasformazione
Con l’età napoleonica e le leggi di soppressione degli ordini religiosi, il convento di San Bartolomeo fu chiuso e la proprietà passò ai Sanvito. Questa famiglia decise di trasformare il complesso in una residenza privata, la villa “La Quiete”. La trasformazione comportò la demolizione della maggior parte della chiesa conventuale e la ridefinizione dell’insieme in chiave ottocentesca.
La scalinata che ancora oggi porta al colle conserva il nome di “Quiete”, sebbene nessuna targa ne ricordi l’origine.
Dalla villa alla memoria
La villa fu ulteriormente modificata nel tempo. La portineria, con il suo arco affrescato, venne abbattuta. Oggi restano soltanto poche tracce del convento originario, visibili all’ingresso del Liceo classico “Ernesto Cairoli”.
Il nome “La Quiete” sopravvisse però e fu adottato anche per la vicina clinica, sorta negli anni Venti del Novecento nella villa Barbò-Strada-Leonino, elegante edificio eclettico di metà Ottocento, oggi purtroppo chiuso.
Una storia da non dimenticare
Il convento di San Bartolomeo, la villa “La Quiete” e i successivi sviluppi rappresentano un tassello importante del rapporto fra Varese e il suo territorio collinare. Un intreccio di vicende religiose, nobiliari e cittadine che ha lasciato tracce ancora visibili, seppure frammentarie, nella memoria urbana.
Ricordare oggi la posa della prima pietra, il 29 agosto 1689, significa riscoprire le radici profonde di un luogo che ha cambiato volto più volte, ma che continua a parlarci della storia di Varese e dei suoi protagonisti.


