di Lorenzo Frascotti
Scorrendo gli stati d’anime del secondo Cinquecento si incontrano ragazzi che vivevano fuori dalla propria famiglia come servi, famigli o fantesche. Nei documenti relativi a nove comunità del Varesotto ne compaiono almeno sessantadue sotto i diciotto anni. Alcuni avevano otto o nove anni, ma la maggior parte ne aveva fra dieci e quindici.
Il fenomeno emerge in località diverse. A Bardello, nel 1573, Caterina di sedici anni e Giovanni di diciassette vivevano a servizio di Giacomo del Bono. A Cazzago, cinque anni dopo, Lucia aveva appena dieci anni ed era serva di Andrea Vanetti. Due esempi presi su lati diversi del bacino varesino, che mostrano anche quanto potessero variare le età.
Il servizio riguardava entrambi i sessi e nel campione i maschi sono un po’ più numerosi. È probabile che si occupassero soprattutto della stalla, degli animali e dei campi, mentre le ragazze erano impiegate più spesso nelle faccende domestiche, nella lavorazione dei tessili ma anche alla mungitura, un’attività che all’epoca era appannaggio delle sole donne. Gli elenchi non descrivono le mansioni, ma distinguono questi giovani dai figli e dagli altri parenti del capofamiglia.
Le case che li accoglievano non appartenevano tutte allo stesso ceto sociale. Compaiono casati di rilievo, ma anche massari, artigiani e vedove; fra i capifamiglia figura perfino un bracciante. Il catasto di Cocquio permette un controllo sulla famiglia Corrino, presso la quale nel 1596 vivevano due giovani serve: possedevano terreni, ma non erano ai vertici della proprietà fondiaria locale.
In pratica, il servizio giovanile faceva parte del modo in cui le famiglie organizzavano il lavoro. Un nucleo con più braccia disponibili poteva mandare un figlio presso un’altra casa; chi aveva un’azienda agricola, del bestiame o necessità domestiche poteva accoglierlo. Gli studi sulla Lombardia del Cinquecento indicano che questi spostamenti avvenivano spesso entro pochi chilometri e duravano soltanto una parte della giovinezza.
Resta la questione della dote. Gli stati d’anime non indicano il salario o gli accordi presi con la famiglia. Sappiamo però che vitto, alloggio, vestiti e una retribuzione potevano far parte dell’intesa. Per le ragazze, quanto ricevuto o messo da parte poteva contribuire alla preparazione del corredo e della dote. Era uno dei possibili risultati del servizio, non l’unico: vivere e lavorare in un’altra casa era anche una normale esperienza della giovinezza nelle comunità rurali del tempo.
