Non scrivo da critica cinematografica, né queste righe hanno l’ambizione di influenzare il giudizio di chi andrà a vedere L’Odissea. Scrivo semplicemente da amante di tutto ciò che i poemi epici mi hanno insegnato, fin dagli anni della scuola media, quando ebbi la fortuna di incontrare insegnanti capaci di farmi amare follemente l’Iliade e la guerra di Troia, di appassionarmi al viaggio di Ulisse e di comprendere l’Eneide, dalla quale nasce anche una parte della nostra storia e del racconto delle nostre origini.
Con questo bagaglio di ricordi, suggestioni e aspettative, domenica sera sono entrata nella splendida Sala Giove del MIV di Varese per assistere a un film certamente impegnativo anche nella durata. Per chi, come me, fatica a rimanere seduto così a lungo, a un certo punto qualche piccolo disagio si avverte. Ma era la domenica giusta per affrontare questo viaggio.
La sala era comodissima, il pubblico perfettamente a proprio agio e tutte le sale del MIV erano piene. Una circostanza che mi ha fatto davvero piacere: vedere così tante persone scegliere il cinema e riempire un luogo culturale della nostra città è sempre una bella notizia.
Poi le luci si abbassano e comincia il viaggio.
L’Odissea porta sul grande schermo il ritorno di Ulisse, affidandosi a un cast straordinario e ad attori che non deludono. I personaggi, almeno secondo la mia sensibilità, non vengono snaturati. Pur con le inevitabili licenze artistiche del regista, ho ritrovato le figure che avevo conosciuto e immaginato attraverso le pagine del poema.
Matt Damon, nel ruolo di Ulisse, era stato accolto da qualcuno con una certa perplessità. Personalmente l’ho trovato credibile, intenso e fisicamente adatto a interpretare l’eroe omerico. Una prova davvero importante, da grande riconoscimento.
Strepitosa Anne Hathaway nei panni di Penelope. Il suo volto, la sua mimica e la capacità di restituire l’attesa, la forza e la sofferenza del personaggio riescono a comunicare anche attraverso i silenzi.
Tom Holland interpreta invece un Telemaco giovane, scanzonato e ancora inesperto. Confesso che, almeno inizialmente, è difficile non rivedere in lui qualche tratto dello Spider-Man che lo ha reso celebre: il ragazzo alla ricerca di una guida, di un mentore e di un uomo più esperto al quale affidarsi.
Ma forse siamo noi spettatori a rimanere troppo legati ai ruoli iconici che alcuni attori hanno interpretato. Non sarebbe corretto condannarli a indossare per tutta la vita la stessa maschera, o la stessa tuta rossa. È giusto, invece, riconoscere la loro capacità di trasformarsi e di misurarsi con personaggi completamente diversi. Anche Tom Holland, dunque, supera la prova con grande bravura.
Nonostante la durata, il film scorre abbastanza velocemente. Ci sono alcuni passaggi un po’ più “noiosi”, e sottolineo le virgolette, ma la narrazione resta nel complesso avvincente e abbastanza fedele alla storia che conosciamo.
La fotografia, le ambientazioni e le ricostruzioni sono meravigliose. Il film è maestoso, imponente, visivamente spettacolare. Il mare, le battaglie, le tempeste, i pericoli del viaggio e l’ira degli dèi, soprattutto quella di Poseidone, restituiscono tutta la durezza del ritorno di Ulisse verso Itaca.
Eppure, proprio davanti a tanta grandiosità, mi è mancato qualcosa.
Mi è mancato il fascino dell’Odissea. Quello che ho sempre trovato fra le pagine, lasciandomi trasportare dalla fantasia. La lettura possiede un potere particolare: costruisce immagini personali, intime, irripetibili. Una trasposizione cinematografica può riuscire a restituire quella stessa magia oppure può lasciarci con una lieve sensazione di distanza.
Non sono uscita dalla sala delusa. Sono uscita riflessiva.
Da una parte ho assistito a un’opera stellare, tecnicamente magnifica e probabilmente destinata a ricevere importanti riconoscimenti. Dall’altra, ho avvertito la mancanza di quel pathos sentimentale che, per me, appartiene profondamente al racconto epico.
Il pathos spettacolare è potentissimo: lo troviamo negli effetti, nelle tempeste, negli scontri, nei pericoli che perseguitano Ulisse e i suoi compagni. Più difficile, invece, è stato trovare quella commozione capace di stringere davvero il cuore.
Il momento della “lacrimuccia” è arrivato quasi alla fine, con l’ultimo colpo di coda di Argo, il vecchio cane che riconosce il proprio padrone tornato finalmente a Itaca. In quel gesto minimo e struggente ho ritrovato, forse più che in qualsiasi altra scena, tutta l’umanità dell’Odissea: la fedeltà, l’attesa, il tempo trascorso e il dolore di un ritorno desiderato per vent’anni.
Il mio consiglio, senza alcuna pretesa di trasformarlo in un giudizio universale, è comunque di andare a vedere questo film. Chi conosce l’Odissea a menadito saprà già dove conduce il viaggio e troverà inevitabilmente alcuni passaggi “scontati”. Ma questa è una storia che attraversa i secoli proprio perché continua a parlarci dell’uomo, delle sue debolezze, della sua intelligenza e del desiderio universale di ritrovare la strada di casa.
È un film che merita di essere visto. E merita, soprattutto, di essere visto sul grande schermo.