Ci sono addii che si consumano nel silenzio, e altri che invece si affidano al suono. Non a parole, ma a qualcosa di più viscerale, più profondo. È quello che è accaduto nel giorno dell’ultimo saluto a Vittorio Aurelio Caielli, per tutti semplicemente “Aurelione”.
Il rombo delle Harley-Davidson non è mai stato soltanto un rumore. È identità, appartenenza, linguaggio condiviso. E in quell’occasione è diventato molto di più: un abbraccio collettivo, un grido trattenuto, una carezza potente capace di sovrastare lacrime, dolore e perfino gli applausi.
Attorno a lui, il suo mondo. I bikers del Varese Chapter, la sua famiglia allargata, quella che si sceglie strada facendo, curva dopo curva. Non un semplice gruppo, ma una comunità fatta di legami autentici, di chilometri condivisi e di valori che difficilmente si spiegano a parole.
Aurelione non era uno qualsiasi. Era il fondatore, il leader, il primo del corteo. Era “il fischietto”, quello che dava il ritmo, che apriva la strada, che guidava non solo le moto ma anche le persone. Una presenza solida, riconoscibile, quasi simbolica. E proprio quel fischio, oggi, è diventato assenza. Un vuoto che si sente.
In quel rombo c’era tutto. Il dolore per una perdita che segna. Ma anche l’amore, quello vero, quello che non ha bisogno di spiegazioni. C’era il rispetto per un uomo che ha lasciato un segno, e la consapevolezza che certe storie non possono – e non devono – essere dimenticate.
Da osservatore esterno, ma profondamente coinvolto, è sembrato naturale fermarsi, ascoltare, raccogliere. Dare voce a chi resta. Perché dietro ogni casco, ogni giubbotto, ogni moto, c’è una storia. E quella di Vittorio Aurelio Caielli merita di essere raccontata.
Non solo per ricordarlo.
Ma per continuare, in qualche modo, a farlo viaggiare ancora.
Per sempre. Libero.
Mauro Cento