Nella Chiesa di Sant’Antonio l’elogio della bellezza di Stefano Zuffi

di Andrea Bortoluzzi

La bellezza come aspirazione dell’uomo a vivere oggi nel mondo che lo circonda. Il bello che fa premio sull’efficiente e il sull’effimero come cifra del vivere in un mondo pacificato in cui uomini e animali vivono in sintonia con il creato.
Sembrano parole talmente lontane dalla quotidianità che ci viene offerta in visione da quella meta realtà che è il mondo digitale in cui viviamo e di cui siamo intrisi che paiono frutto di un sogno non della realtà.

Eppure Stefano Zuffi col suo parlare mai dotto, mai cattedratico, ha fatto toccare la verità storicamente provata che il vero, la realtà in cui ci muoviamo e respiriamo è sposa del bello, al manipolo di curiosi che domenica scorsa, si è seduto sulle panche della bella Chiesa barocca di Sant’Antonio alla Motta.
Zuffi ha condotto l’uditorio lungo un percorso tra letteratura e arte visiva che è partito dagli scritti di San Francesco per seguire con citazioni su Giotto scelte dai Commentari di Ghiberti, dal Decamerone di Boccaccio, dalla Commedia di Dante per proseguire con le visioni celestiali delle sue opere somme.

Il suo occhio indagatore si è posato soprattutto sui particolari che rendono il grande maestro del trecento unico nel dare di ogni uomo e di ogni animale una immagine che lo renda riconoscibile nella sua preziosissima e intangibile individualità. Un mondo fatto di figure che si muovono sul palcoscenico dell’universo in cui vivono , nella contemporaneità.
Anche Dante è latore del medesimo messaggio, non tanto per contiguità temporale e geografica e dunque di formazione e di reciproca frequentazione con il conterraneo pittore, ma per le caratteristiche della sua poetica.

Zuffi ha proiettato sul grande schermo installato nella chiesa che aveva come fondo le pitture del Baroffio, citazioni dalla Commedia e dal Convivio tese a metter in risalto la somma capacità del poeta di rendere in un verso in modo fulmineo e scalfito come da una lama di rasoio un personaggio e una situazione che ne illumina il volto e la personalità più profondamento di un libro sulla sua vita.

Dante con la parola è capace di dipingere come Giotto. Entrambi ritraggono il vero, che i loro soggetti siano un uomo o una pecora presi nella folla o nel gregge. E’ stato per l’ascoltatore un bel viaggio nel mondo che Giovanni Pozzi il padre Cappuccino ticinese filologo e teologo chiamava la “parola dipinta”.

Stefano Zuffi ha scelto la strada di frequentare quel mondo sgrossandolo della implicazioni erudite ci sembra in modo istintivo rendendolo leggibile in maniera accattivante e fruibile ai suoi ascoltatori
E ha condotto l’uditorio di Sant’Antonio in un viaggio ai confini tra due mezzi espressivi, l’immagine e la parola, che è prerogativa di chi solo è capace di padroneggiare il sapere come luogo di incontro tra mondi che dialogano. Facendo del sapere un viatico per guardare alle cose del mondo in modo orizzontale non verticale. Unendo e non dividendo. Gettando ponti e non erigendo steccati.

Che è ciò che a pochi è dato di saper fare oggi che si è alle ricerca di risposte immediate che esigono un sapere solo verticale che è destinato a scavare fossati. Questo modo di maneggiare il sapere è sinonimo del brutto in cui quotidianamente affondiamo travolti dalle cose della vita.
Apriamo alla Bellezza” l’iniziativa meritoria di Italia Nostra di Varese , non poteva avere migliore viatico che quello della lezione di Zuffi. Le belle chiese della Città aperte alla fruizione collettiva dai volontari che si prodigano per far amare e diffondere la conoscenza del bello , fanno da contrappunto al brutto delle mille rotonde e i mille supermercati che assediano la città.