Oltre il righello: quando il valore di un’opera non ha peso

«Maestra, quanto deve essere lungo il tema?». È la domanda che risuona in ogni aula, dalla primaria al liceo, il primo giorno in cui si assegna un saggio breve. È una domanda che nasconde, in fondo, una piccola truffa intellettuale: l’idea che la qualità possa essere dettata dal numero di caratteri, che la profondità di un pensiero sia direttamente proporzionale alla quantità di inchiostro speso sulla pagina. Da bambini impariamo che la lunghezza è una rassicurazione, ecco il messaggio malsano che si radica nelle menti dei fanciulli.

Poi cresciamo, ma qualcuno, quel vizio di misurare il mondo con il righello, non lo perde mai. L’ho capito bene qualche tempo fa, proprio in occasione della pubblicazione del mio quinto libro, “I seni del colibrì”, opera che è stata impreziosita dal disegno in copertina di Alberto Casiraghy.
Mentre il volume prendeva forma tra le mani dei primi lettori, mi sono scontrata con un pregiudizio che aleggia nel mondo editoriale (e non solo) come una nebbia persistente: il sospetto del “troppo breve”.
Mi è stato detto, con una punta di sufficienza, che quello che avevo tra le mani «non era un libro». La sentenza era scolpita nel suo spessore, nella sua consistenza fisica.

Chi mi muoveva questa critica non aveva letto una riga, non si era soffermato sulla potenza aforistica del messaggio o sull’architettura del linguaggio. Si era limitato a pesare l’oggetto, come si fa con la frutta al mercato oppure era desideroso di avere un libro bello perché la copertina si abbinava all’arredamento di casa.
Per i detrattori del piccolo formato, un libro che non ha una certa “stazza” non ha diritto di cittadinanza nella libreria che conta. Eppure, in questa epoca di sovraccarico informativo, di video brevi che durano quanto un battito di ciglia e di narrazioni che si perdono in mille rivoli inutili, la sintesi è diventata un atto rivoluzionario. “I seni del colibrì” non è nato per essere un romanzo fiume, né un tomo accademico da poggiare su scrivanie polverose per fare scena.
È, semmai, un’architettura di pensiero.

Ho lavorato su ogni parola anche a livello neuroscientifico per rendere più efficaci gli aforismi potenzianti, contenuti nel mio libro. Chi cerca il volume massiccio cerca forse il rassicurante rumore delle parole; chi sceglie il piccolo formato cerca il silenzio che le parole lasciano tra le righe, lo spazio dove il lettore è chiamato a fare la sua parte.
Varese, città che sa essere pragmatica ma anche profondamente intellettuale, conosce bene il valore delle cose misurate. Pensiamo alle nostre ville, ai nostri giardini: non è l’estensione a definire la bellezza, ma l’armonia delle proporzioni.
Un’opera d’arte non si giudica con il metro, così come non si giudica l’intensità di un incontro dalla durata del tempo trascorso insieme.

Forse è arrivato il momento di smettere di chiedere “quanto deve essere lungo” il libro della nostra vita, o il saggio che leggiamo la sera prima di dormire. Forse dovremmo chiederci, invece, quanto spazio quel libro riesce ad aprire dentro di noi. Perché, alla fine, un libro che pesa poco sulla bilancia può pesare tantissimo sulla coscienza, e trasformarsi, pagina dopo pagina, in un edificio imponente che ci cambia per sempre la prospettiva.
La prossima volta che qualcuno vi dirà che il vostro lavoro — che sia un libro, un progetto o un’idea — è “troppo piccolo” per essere considerato importante, sorridete.
Ricordate loro che, in natura, le cose più preziose raramente sono le più ingombranti. E che un colibrì, per quanto minuscolo, ha un battito d’ali capace di sollevare tempeste di senso.