Politeama: accordi, numeri e una contraddizione che resta

di Valentina Fumagalli

Quarta puntata del viaggio alla scoperta dello storico teatro varesino

Nel 2021 il Comune acquisisce dalla Fondazione Molina il diritto di superficie per 90 anni sul Politeama. È il passaggio che rende possibile l’intervento pubblico. Da qui il teatro entra stabilmente nel quadro dell’Accordo di Programma aggiornato, con finanziamenti regionali importanti e un progetto definito.

Ma è guardando ai numeri della gestione che emerge la contraddizione più delicata. Il piano economico presentato prevede che il nuovo teatro non sia autosufficiente: per funzionare servirà una iniezione annua di circa 500 mila euro di risorse pubbliche.

Il punto non è solo il costo. È il rapporto tra investimento e risultato. Si spendono molti soldi per realizzare un teatro più piccolo rispetto a quello mobile presente inn piazza Repubblica, con minore capacità di attrarre grandi produzioni e grandi incassi, accettando al tempo stesso una dipendenza strutturale dai contributi pubblici.

Qui il confronto con la storia del Politeama diventa inevitabile. L’edificio che per decenni ha vissuto di grandi numeri, di cinema affollati, di serate piene, diventa un teatro più selettivo, più fragile economicamente, più costoso da mantenere.

La domanda finale non è ideologica, ma profondamente urbana: quanto teatro può permettersi Varese, e che tipo di cultura vuole sostenere nel tempo? Perché il Politeama, più che un semplice edificio, è sempre stato uno specchio della città. E oggi, come spesso accade, quello specchio restituisce un’immagine complessa, fatta di ambizione, prudenza e scelte difficili da tenere insieme.

La puntata precedente:

Politeama, dal vuoto del 2008 al ritorno in centro