di Luca Frascotti
Il Medioevo varesotto è raccontato soprattutto dai rogiti notarili su pergamena. Questi documenti provavano il possesso di terreni e case, il diritto a un fitto o la divisione di un’eredità. Perciò venivano custoditi gelosamente e sono giunti sino a noi quasi sempre in originale.
Passandoli in rassegna, si scoprono abitudini diverse da quelle odierne. Non erano i clienti a recarsi nello studio del notaio: era lui a raggiungerli dove serviva, armato di banchetto, penna, calamaio, pergamena e strumenti per misurare. Si rogava sotto il portico di una chiesa, nel chiostro di un monastero, in un magazzino, davanti a una casa e – soprattutto a Varese – al mercato. Il rogito non era solo un documento, ma un’azione pubblica: le parti dichiaravano la propria volontà davanti al notaio, ai testimoni e ai curiosi.
Si scriveva sulla pergamena, ossia una pelle di pecora, capra o vitello lavorata a lungo e a caro prezzo. Il notaio ne risparmiava ogni centimetro: alcuni rogiti occupano scampoli minuscoli; altri, fogli bucati o tagliati di sbieco, con le righe disposte intorno ai difetti. La carta nel Varesotto si diffonderà solo nel Quattrocento.
Niente fotocopiatrici. Dalla minuta (i suoi appunti personali) il notaio ricavava il mundum, la bella copia su pergamena, pagata a parte. Per un secondo originale bisognava riscrivere tutto. E niente firme come le nostre: molti non sapevano scrivere. I «segni delle mani», spesso croci apposte vicino ai nomi dei presenti, non equivalevano alle firme: era il notaio stesso che attestava l’identità, la presenza dei convenuti e le loro ragioni. Era dunque un sistema basato in gran parte sulla fiducia e sulla pubblica credibilità.
Non esistevano particelle catastali. Un terreno era identificato dai confinanti (coerenze) e da riferimenti visibili: una strada, un ruscello, una chiesa o un grande noce. Non si usavano indirizzi con vie e numeri civici: si ricorreva ai «toponimi», ossia ai nomi dialettali dati ai luoghi. Ogni comunità ne aveva almeno un centinaio e tutti conoscevano esattamente dove fossero. Seguivano le misure in pertiche e tavole, che il notaio spesso rilevava personalmente con attrezzature rudimentali. Passato qualche decennio, diventava difficile identificare il lotto, soprattutto se i confinanti erano cambiati. Non era il massimo della vita: si doveva affrontare un vero e proprio processo testimoniale per determinare chi possedesse quel pezzo di terra o dove corressero i confini del lotto contestato, interrogando soprattutto gli anziani.
Gli atti erano in latino, ma in un latino zeppo di abbreviazioni, volgarismi ed errori, capace di mettere in difficoltà anche un professore. Il notaio scriveva ciò che ascoltava. «Rogare» significa «chiedere»: i convenuti gli chiedevano di mettere su pergamena le parole appena pronunciate. Nomi e luoghi venivano trascritti come suonavano e poi latinizzati, talvolta con storpiature. Oggi, per leggere una pergamena dell’epoca, serve una disciplina apposita, detta «paleografia»; la lettura viene chiamata «decifrazione». Il che è tutto dire.
Il notaio interveniva in compravendite, affitti, prestiti, doti, testamenti, permute di bestiame, liti, conciliazioni, assemblee comunali e molto altro. Il motivo era semplice: leggere e scrivere erano capacità distinte. Si poteva leggere una preghiera senza saper comporre una frase e, nelle piccole comunità varesotte, il notaio era spesso l’unico a saperlo fare; non sempre ne erano capaci neppure curati e altri ecclesiastici. Scrivere era quasi un mestiere artigianale: penne da tagliare, inchiostro da preparare, raschietto e sabbia.
Perciò si chiamava il notaio anche quando la sua presenza non era indispensabile. Se in paese ci fosse stato qualcun altro capace di scrivere, ci si sarebbe rivolti a lui. Ma quell’uomo era quasi sempre il notaio: prima ancora che pubblico ufficiale, era spesso lo scriba della comunità.
