di Bruno Belli
Abbiamo visto le scorse settimane come già durante il XIV secolo Varese cominciasse a mostrare una fioritura civica di tutto rispetto che si espresse con opere d’arte all’interno del borgo e nei principali rioni e castellanze, ma fu in quello successivo che la nostra cittadina aumentò il fervore lavorativo grazie alla lavorazione della lana e del cotone, cui si aggiunse, sul finire dello stesso, quella della seta.
Anche l’arte ebbe notevole sviluppo, sempre esprimendosi, per la maggior parte, in opere religiose destinate alla chiese ed ai conventi che sorgevano sempre più numerosi dal XII secolo in poi e che troveranno, nella seconda metà del Quattrocento la fondazione delle «Romite Ambrosiane» al Sacro Monte.
L’edilizia civica, poi, produsse notevoli case e palazzi grazie alle importanti famiglie dei Biumi, dei Griffi e dei Perabò, tanto che si parlò a lungo dell’«epoca d’oro di Varese». Il palazzo Griffi, ad esempio, sul quale torneremo, sorto nella seconda metà del XV secolo a ridosso delle mura del borgo, nell’area dell’odierna Piazza Repubblica tra via Medaglie d’oro e Via Avegno (fornisco questi dati per far capire pressappoco dove sorgesse), fu considerato sempre la più bella costruzione di Varese, grazie alle decorazioni delle finestre monofore, bifore e trifore in cotto, purtroppo demolito a metà degli anni sessanta del XIX secolo, al cortile percorso da un porticato che ricordava le opere coeve del Bramante.
Purtroppo, pochissime vestigia di quell’epoca rimangono oggi: la meravigliosa finestra in cotto di «Casa Perabò» ed alcuni archi decorativi in una parete esterna della Chiesa di S. Martino e di un edifico a ridosso di Piazzetta San Lorenzo (si vedano le foto pubblicare qui a corredo).
VICENDE STORICHE
Nonostante che Varese fosse riuscita a difendere per molti anni la propria libertà ed una certa autonomia d’azione rispetto al Ducato di Milano di cui, pure, era nell’orbita, tra il 1407 ed il 1412 fu infeudata, sulla base di un accordo tra il duca di Milano Giovanni Maria Visconti ed il suo condottiero di ventura Bonifacio, detto Facino Cane, conte di Biandrate, che, di fatto, deteneva al momento il potere sul ducato stesso. Questi ottenene per sé e per i suoi eredi (che, di fatto, non ebbe) il «Borgo di Varese e le 6 Castellanze», in un atto ufficiale stipulato nello stesso 1407 nel Castello di Cassano d’Adda. Cane, come «Principe di Varese» tolse alla cittadina alcuni privilegi che godeva, per avere sostenuto i Visconti nella lotte contro Como ed il Contado del Seprio nel XIII secolo, tra i quali quello di ricevere la «dodicesima parte delle tasse di Milano», ma, con la morte del condottiero di ventura occorsa nel 1412, in mancanza di eredi, il Borgo tornò a far parte del Ducato di Milano: il 17 dicembre, con decreto di Giovanni Maria Visconti, Varese riebbe pieno possesso dei propri onori e consuetudini.
Varese ottenne il ripristino del versamento all’erario bosino del «dodicesimo delle tasse di Milano», del «Console di giustizia» che agiva autonomamente da quello del Capoluogo Ambrosiano e dell’invio di «quattro fanti con vestiario adeguato» in aiuto alla salvaguardia del «bene pubblico cittadino». Le consuetudini, invece, riguardavano i mercati, le fiere, il trasporto delle biade da e per Milano.
SIGISMONDO DI LUSSEMBURGO A BIUMO
Nel 1413 giunse a Varese, ospite dei signori Biumi a Biumo Superiore, l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo, allora «Rex Romanorum», già Principe elettore di Brandeburgo dal 1378 al 1388, e quindi, successivamente, dal 1411 al 1415, Re d’Ungheria dal 1387, Re di Croazia e Rex Romanorum dal 1410, Re di Boemia dal 1419 ed, infine, Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1433 alla sua morte (1437), celebre anche per la famosa frase «Sono il re di Roma e sono superiore alla grammatica».
Fu da Viggiù che emanò, il 30 novembre, il decreto per la celebrazione del «Concilio generale di Costanza», che, due anni dopo, condannava al rogo il teologo Giovanni Huss e Gerolamo da Praga, entrambi promulgatori di riforme ecclesiastiche che avevano portato allo «Scisma d’Occidente» ed all’elezione di un antipapa. Il fatto che Sigismondo di Lussembrugo soggiornasse a Varese per avvicinarsi ai territori che riguardavano direttamente il papato di Roma e di Avignone ci permette di capire quale importanza avesse raggiunto Varese all’interno del Ducato di Milano e l’influenza di alcune famiglie varesine nella politica non soli cittadina ma a livello ducale.
Scoppiata nel 1450 la peste nelle zone del Milanese, Varese non ne fu toccata, perché il podestà ed i consoli erano riusciti per tempo ad impedire ogni passaggi odi merci e transito di viaggiatori del borgo.
L’INTRODUZIONE DELLA BACHICOLTURA
In questo clima di fioritura civica, a Varese si cominciò la coltivazione dei gelsi, le cui foglie sono alimento dei bachi da seta, grazie all’introduzione in Lombardia della bachicoltura per opera del Duca Ludovico Sforza, detto «Il Moro» proprio per avere inserito nel suo stemma una pianta della varietà «Morus Nigra».
Così la nostra città diventerà una sede importante in Italia per l’allevamento dei bachi e per la produzione della seta: si trattava quindi, di un nuovo importane capitolo sia per la vita economica, sia per il paesaggio.
Sembra che già nel 1507, appena pochi anni dopo il principio del XVI secolo, nella nostra provincia fosse ampiamente caratterizzata da piantagioni di gelsi, soprattutto delle varietà «Morus nigra», «Morus alba», «Morus rubra» (gelsi neri, bianchi e rossi), che servivano appunto come unico nutrimento per il «Bombix Mori» (alla lettera il «Bombo del gelso»), il baco da seta.
La bachicoltura fu il vero asse portante dell’economia del nostre territorio, sviluppatasi in modo quasi “industriale” nel XIX secolo, dopo che fu impresso dalle autorità, dagli economisti e dagli studiosi, un forte impulso alla sua espansione.
Si pensi che il conte Vincenzo Dandolo, cui è dedicata l’omonima via in città, veneziano di nascita, ma varesino d’adozione, nel 1815 scrisse un trattato che fu molto diffuso, «Dell’arte di governare i bachi da seta per trarre costantemente da una data quantità di foglie di gelso la maggiore copia di ottimi bozzoli»: la provincia di Como – Varese divenne allora la più importante d’Italia. A Vincenzo Dandolo, oltre che la strada, il Comune di Varese dedicò un cenotafio che ancora oggi è visibile nel portico di «Palazzo Estense», dove si leggono i meriti del naturalista, precisandone i contributi in campo agricolo e zootecnico.
Come attestato ancora nei primi anni del XX secolo la bachicoltura era viva e risultava elemento principale dell’economia varesina, fatto salvo il ruolo di cittadina di soggiorno, tanto che Belforte era terra ricca di questa attività complementare all’agricoltura.
Notevole la testimonianza di Ricciotti Bornia che così ricorda la «Cascina Giunta», posta di fronte al Cimitero di Belforte, negli anni della sua fanciullezza: «Ancora negli anni Trenta Belforte era costituito da poche case ai lati della lunga strada che porta fino all’attuale cimitero. In ambo i lati vi erano prati, coltivati e non, con molte piante di gelso. Nella Cascina Giunta si praticava intensamente la bachicoltura con allevamenti che si potevano vedere anche ad occhio nudo dalla strada».
Bibliografia minima (per approfondire):
- AA.VV. Varese: vicende e protagonisti, Bologna, Edison, 1977
- Luigi Ambrosoli, Varese, storia millenaria, Varese, Macchione Editore, 2002
- Mario Bertolone, Varese, le sue castellanze e i suoi Rioni,Milano, Faccioli, 1952
- Leopoldo Giampaolo, Varese. Sintesi storca, Varese, Litotipografia Verbano, 1977
- Luigi Borri, Documenti Varesini, Varese, Macchi e Brusa Editori, 1891
- Ricciotti Bornia, Quando a Varese non c’era la droga, Varese, Associazione Amici del presepio,1996






























