La mattina del 27 maggio Garibaldi, lasciato un presidio a Varese, partì alla volta di Como. Contemporaneamente, un corpo di cinquecento austriaci giunse fino a Gazzada ma, credendo che Varese fosse difesa da un numero superiore di Cacciatori delle Alpi, tornò indietro, mentre i varesini inquadrati nella neonata Guardia nazionale apprestarono le difese per fronteggiare un eventuale attacco proveniente dal presidio del Forte di Laveno.
Nella giornata, gli uomini di Garibaldi sconfissero il nemico che si era attestato a San Fermo, a difesa di Como, e liberarono la città lariana, facendo scoccare la scintilla dell’insurrezione in Valtellina, da dove giunsero ad arruolarsi numerosi valligiani. Nello scontro di San Fermo, poi ribattezzato San Fermo della Battaglia, trovò la morte il capitano Carlo De Cristoforis, spirato tra le braccia del fratello medico Malachia, con il petto squarciato dal piombo austriaco mentre, con la spada levata, incitava la sua compagnia di Cacciatori delle Alpi all’assalto alla baionetta contro una ben munita postazione nemica.
La compagnia di De Cristoforisavrebbe dovuto sferrare un attacco a sorpresa contro gli austriaci ma si trovò a dover fare un assalto alla baionetta perché il segnale di attacco fu dato erroneamente in anticipo facendo mancare l’effetto sorpresa. La compagnia si trovò sotto il fuoco del nemico appostato sul campanile di San Fermo. Con De Cristoforis a San Fermo morirono altri dodici Cacciatori delle Alpi; più alto il tributo di sangue pagato dagli austriaci che ebbero 68 morti.
