di Lorenzo Frascotti
Nel 1574 d.C. Giovanni Paolo Visdomini di Luni, delegato dell’arcivescovo Carlo Borromeo e originario di Luni, nei pressi di Sarzana, giunse a Brebbia per istruire quattordici processi contro altrettante persone accusate di non aver rispettato gli obblighi pasquali.
Il documento che redasse è interessante perché vi riportò le descrizioni fisiche degli imputati. Disponiamo, certo, di affreschi coevi che ritraggono gli uomini comuni del Cinquecento; resta però sempre il dubbio che quelle immagini siano filtrate da modelli convenzionali, oppure idealizzate. Qui, invece, abbiamo una testimonianza diretta e priva di fronzoli, anche se mediata dallo sguardo di un singolo individuo e dai giudizi che egli lascia trasparire.
La prima a comparire è Angela di Giulio, originaria di Maggiora, in provincia di Novara. Il prelato la descrive così: «Una donna di statura media, apparentemente di circa 25 anni, di carnagione scura, che indossava abiti di lino bianco, un velo bianco in testa, una collana di corallo al collo e tra le mani una corona nera o rosario molto piccolo, di ebano. Era piuttosto delicata nell’aspetto e, per la qualità del luogo, piuttosto civile». Sul commento finale, non proprio lusinghiero, si può sorvolare.
Segue Ambrogio Remolazzi di Brebbia: «Un uomo dalla carnagione rossiccia, con la barba dello stesso colore, né molto corta né molto lunga, di circa 30 anni, vestito di lino, con in mano un cappello di paglia e dall’aspetto di un contadino».
Paolo Boldetti di Brebbia è descritto come «Un uomo con una barba piuttosto corta, di colore scuro o castano, che indossava abiti di lino, teneva in mano un berretto nero vecchio e di poco valore, e sembrava avere circa 30 anni».
È poi la volta di un nobiluomo, Aloisio Besozzi di Milano: «Un uomo dalla carnagione quasi bianca, senza barba ma apparentemente di 27 anni, che indossava uno scialle nero di lana, un mantello bianco di lino, caligas turgidas nere all’esterno e rosse all’interno e una spada cinta alla vita». Le caligas turgidas erano i classici calzoni a sbuffo che conosciamo dalle raffigurazioni cinquecentesche e che le autorità ecclesiastiche vituperavano con particolare insistenza.
Bernardo Gioia di Brebbia appare così: «Un uomo con un vestito nero, calzoni gonfi color ceruleo, una barba corta e leggermente bionda e un berretto nero. Apparentemente di circa 26 anni».
Giovanni Giacomo d’Anzini di Bedra è presentato con toni ancora più rustici: «Un uomo con un vecchio e logoro berretto rosso in mano, una camicia sporca e spessi pantaloni di panno logori, piedi nudi, una barba castana solo sopra le labbra e il mento. Sembrava avere circa 40 anni e, nell’aspetto, era un uomo rustico e contadino».
Un altro nobiluomo, Pietro Antonio Besozzi di Brebbia, viene descritto così: «Un uomo vestito con un abito di panno bianco con colletto di pelle conciata, con pantaloni neri di lana a sbuffo e un berretto nero; aveva una barba tagliata, quasi completamente bianca e grigia per la vecchiaia, e la sua età pareva essere di 59 anni».
Francesco Minghin di Brebbia: «Un uomo vestito di lino, con calze di lana e un cappello nero di lana o feltro, con una barba rossiccia; sembrava avere circa 30 anni».
Milia Picciolino di Brebbia: «Un uomo dalla carnagione rossiccia, con la barba dello stesso colore e qualche capello grigio, che indossava un vestito di lana ruvida ed economica, calzoni di panno, piedi nudi e un cappello di paglia. La sua età sembrava essere di circa cinquant’anni e aveva l’aspetto di un contadino».
Pietro Torello di Brebbia: «Un uomo con una barba rossa piuttosto lunga, che indossava abiti di lino, un berretto rosso ed era scalzo. Sembrava avere circa 35 anni e, in apparenza, era un contadino».
Bianchina di Borgomanero: «Una donna dalla carnagione pallida, con un velo bianco sul capo, una veste di panno blu e un lungo rosario tra le mani. Sembrava avere circa 45 anni».
Pietro Antonio di Giacomo di Mombello: «Un uomo senza barba, di carnagione bianca, che indossava abiti di lino e un berretto rosso fatto di panno di lana. La sua età, a quanto pareva, era di circa 22 anni e, in apparenza, era un contadino».
Giovanni Antonio Marchetti di Brebbia: «Un uomo di bassa statura, che indossava abiti di tela, un basco nero di lana, una barba nera solo sopra il labbro superiore e un poco sopra il mento; era scalzo e sembrava avere 35 anni».
Pietro Giovanni di Roncaia: «Un uomo senza barba, di circa 22 anni, che indossava abiti di tela, un berretto nero, una falce in mano e aveva piedi bianchi e nudi. Sembrava un giovane contadino».
Nel complesso, queste descrizioni sono preziose perché restituiscono una moda quotidiana del Cinquecento fatta di lino, tela, panno ruvido, berretti di lana o di paglia e, non di rado, piedi nudi. La distinzione sociale emerge con immediatezza: i contadini sono riconosciuti dall’aspetto, dai materiali poveri e dall’usura degli abiti; i nobili, invece, si distinguono per il panno più curato, i mantelli, i calzoni a sbuffo e la spada. In poche righe, il documento non ci consegna soltanto volti e vestiti, ma un piccolo spaccato della gerarchia sociale del Cinquecento rurale.


