Varese non è una città che urla.
Non ha la frenesia verticale di Milano, né la languida malinconia lacustre di certi borghi dimenticati dal tempo.
Varese è una città di giardini, di ville nascoste dietro muri di cinta, di architetture che hanno imparato a dialogare con il panorama prealpino senza mai sovrastarlo.
Nonostante ciò, camminando per le vie del centro o salendo verso il Campo dei Fiori, capita spesso di sentirsi sfidati. Non dalla grandiosità delle montagne, ma da una ricerca estenuante della perfezione.
Siamo circondati da superfici levigate.
I nostri smartphone, le nostre auto, le interfacce che usiamo per lavorare: tutto tende a una perfezione glaciale, asettica, dove il segno dell’uomo è stato meticolosamente cancellato. Siamo diventati una società che ha paura della piega, della macchia, della venatura storta.
Ma c’è una verità profonda che il design continua a insegnarci: l’imperfezione non è un errore.
È l’unica vera forma di autenticità.
La realtà
Tutto è allineato, tutto è prevedibile, tutto è privo di attrito.
Quando pretendiamo che anche le nostre vite — e i nostri oggetti — siano privi di sbavature, stiamo combattendo contro la nostra stessa natura.
Gli alberi del Campo dei Fiori non crescono in linea retta, i sassi del lago di Ganna sono levigati in modi unici e irregolari dall’acqua. La bellezza, quella che resta impressa negli occhi, non è mai simmetrica. La perfezione è un concetto statico, freddo.
L’imperfezione, al contrario, è dinamica. È il segno del vissuto. Pensiamo a un mobile realizzato da un falegname del nostro territorio: una venatura che devia, un segno lasciato dallo scalpello che la macchina non ha potuto appianare. Non è un difetto, è una firma. È il momento in cui l’oggetto smette di essere merce e diventa individuo.
Il Wabi-Sabi nelle nostre valli
Esiste una filosofia giapponese, chiamata Wabi-Sabi, che insegna a trovare la bellezza nelle cose modeste, incompiute e transitorie.
Potrebbe sembrare lontana dal nostro pragmatismo lombardo, eppure c’è un filo invisibile che lega questo pensiero ai maestri artigiani che, nelle nostre officine e botteghe, hanno sempre lavorato con il cuore più che con il righello.
Il Wabi-Sabi ci insegna il valore della cicatrice.
Come una tazza in ceramica riparata con l’oro, anche le nostre esperienze — quei fallimenti che ci hanno segnato, quei cambi di rotta che non avevamo previsto — diventano la nostra parte più pregiata.
Così un oggetto di design che invecchia, che prende la patina del tempo, che si graffia, è un oggetto che “vive” con noi.
È un oggetto che ci permette di invecchiare a nostra volta senza sentirci “fuori corso”.
La lezione di vita che il design ci offre oggi è una liberazione: smettiamola di cercare la performance perfetta. Nel lavoro, nella gestione della casa, nella comunicazione sui social, siamo ossessionati dal non sbagliare mai.
Sarebbe tutto più semplice se capissimo che l’errore è un segno di vita.
Un progetto che non prevede la possibilità di essere toccato, sporcato o vissuto è un progetto morto.
Imparare a valorizzare l’imperfezione significa imparare a essere più gentili con noi stessi.
Significa accettare che la “versione beta” della nostra esistenza — quella che cambia, che sbaglia, che si evolve — è infinitamente più preziosa di una facciata impeccabile ma vuota.
E per una città come la nostra, fatta di vedute ampie e di sguardi profondi, non potrebbe esserci lezione più adatta.
La perfezione è una prigione. L’imperfezione, invece, è lo spazio in cui la vita finalmente ricomincia a respirare.