Io uso ChatGPT
Non mi vergogno di dirlo. E vi spiego perché.
Mi alzo.
Sono seduto in cerchio, come nei film, durante una riunione degli Alcolisti Anonimi.
Prendo fiato e dico:
«Ciao, mi chiamo Luigi Manco… e uso ChatGPT.»
«Ciao Luigi», rispondono tutti in coro.
Fa sorridere.
Eppure, se ci pensiamo bene, è proprio questa la sensazione che oggi hanno tante persone. Usano l’intelligenza artificiale, ma quasi si vergognano ad ammetterlo. Come se fosse una colpa. Come se chiedere aiuto a uno strumento significasse automaticamente imbrogliare.
Milioni di persone la utilizzano ogni giorno.
Professionisti, studenti, imprenditori, giornalisti, fotografi, grafici, artisti, insegnanti, ricercatori.
La usano per lavorare, per studiare, per correggere testi, per tradurre, per riordinare idee, per analizzare dati, per creare immagini.
La usano.
Ma pochi lo dicono apertamente.
Mi ricorda un fenomeno che si ripete spesso anche in politica.
Ci sono politici che vincono le elezioni con milioni di voti. Eppure, il giorno dopo, se chiedi in giro chi li abbia votati, sembra che nessuno lo abbia fatto.
I numeri raccontano una realtà.
Le persone, spesso, ne raccontano un’altra.
Con l’intelligenza artificiale sta succedendo qualcosa di molto simile.
Tutti sembrano prenderne le distanze.
Tutti ne parlano con sospetto.
Poi, però, la usano.
Io, invece, preferisco dirlo senza problemi.
Sì.
Uso ChatGPT.
E continuo a chiedermi una cosa.
Perché il mio lavoro dovrebbe valere meno?
Se mi incuriosisce un episodio della storia di Varese, nessuna intelligenza artificiale mi suggerisce di approfondirlo.
Sono io che provo quella curiosità.
Sono io che passo ore nelle biblioteche a sfogliare libri dimenticati.
Sono io che consulto archivi.
Sono io che confronto documenti.
Sono io che cerco fotografie.
Sono io che vado a parlare con le persone, raccolgo ricordi che non sono scritti da nessuna parte e che, se nessuno li ascolta, andranno perduti per sempre.
Sono io che verifico le fonti.
Sono io che decido cosa pubblicare.
E sono io ad assumermene la responsabilità.
Qualche giorno fa mi è successo un episodio che mi ha fatto riflettere.
Davanti al cimitero di Giubiano ho notato un’antica pianta murale, ormai quasi illeggibile. Mi ha incuriosito. L’ho fotografata e l’ho sottoposta a ChatGPT chiedendogli se riuscisse a renderla più comprensibile.
Ha fatto quello che poteva.
Dove l’immagine era leggibile mi ha aiutato.
Dove invece mancavano informazioni ha provato a interpretarle, commettendo anche degli errori.
Così ho fatto quello che farebbe qualsiasi persona seria.
Sono entrato nel cimitero.
Ho parlato con il custode.
Mi ha mostrato le copie delle vecchie mappe originali.
Le abbiamo aperte insieme.
Le ho fotografate.
Ho raccolto nuovo materiale.
Questa è la ricerca.
La curiosità è umana.
La verifica è umana.
Il metodo è umano.
L’intelligenza artificiale è arrivata dopo.
Adesso prenderò tutto quel materiale e probabilmente chiederò a ChatGPT di aiutarmi a ricostruire la storia di quel cimitero, a mettere ordine nelle informazioni e a renderle leggibili.
E allora mi domando.
In quale momento quel lavoro smetterà di essere mio?
È una domanda che vale anche per molte altre professioni.
Pensiamo a un giornalista.
Riceve una notizia.
Corre sul posto.
Parla con i testimoni.
Raccoglie informazioni.
Confronta le versioni.
Scatta fotografie.
Verifica i fatti.
Torna in redazione con ore di lavoro sulle spalle.
Se decide di utilizzare l’intelligenza artificiale per rendere il suo articolo più fluido e più chiaro, smette forse di essere un giornalista?
Io credo di no.
Perché il giornalismo non consiste nel mettere una virgola al posto giusto.
Consiste nel trovare la notizia.
Nel verificarla.
Nel comprenderla.
Nel raccontarla.
Lo stesso vale per uno storico.
Per un divulgatore.
Per un ricercatore.
Per chiunque costruisca un contenuto attraverso studio, esperienza e fatica.
E permettetemi una riflessione che riguarda direttamente La Varese Nascosta.
Sono più di dieci anni che, con La Varese Nascosta e oggi con tutti i progetti che da essa sono nati, pubblichiamo contenuti dedicati alla storia, alla cultura e alle tradizioni del nostro territorio.
Lo facevamo quando ChatGPT non esisteva.
Lo facevamo quando l’intelligenza artificiale non era a disposizione del pubblico.
Lo facevamo perché la curiosità, la passione per la ricerca e il desiderio di divulgare c’erano già.
Quindi non è l’intelligenza artificiale ad averci fatto diventare divulgatori.
Eravamo divulgatori anche prima.
La differenza è che oggi abbiamo uno strumento in più.
Uno strumento che ci aiuta a trasformare ore di ricerche, appunti, documenti e verifiche in testi più ordinati, più fluidi e più accessibili.
La cultura che raccontiamo non nasce da ChatGPT.
Nasce dalla nostra curiosità.
Dalle ore trascorse negli archivi.
Dai libri letti.
Dalle testimonianze raccolte.
Dalle verifiche fatte.
L’intelligenza artificiale arriva soltanto dopo.
Naturalmente esiste anche un uso completamente diverso di questi strumenti.
Se chiedo a ChatGPT di inventarmi un romanzo e mi limito a firmarlo, il discorso cambia.
Ma non è di questo che sto parlando.
Io sto parlando di chi pensa.
Di chi studia.
Di chi cerca.
Di chi verifica.
Di chi costruisce un contenuto con il proprio cervello e poi utilizza uno strumento per renderlo più comprensibile.
Io questa differenza l’ho vissuta molti anni fa.
Scrivo poesie da sempre, con lo pseudonimo di Maluan.
All’inizio scrivevo a mano.
Poi arrivò il computer.
Ricordo perfettamente quella sensazione.
Non dovevo più concentrarmi sulla calligrafia, sulle cancellature, sugli errori.
La mente pensava.
Le dita correvano sulla tastiera.
Le poesie non erano meno mie.
Anzi.
Erano ancora più fedeli a quello che avevo dentro.
Il computer non aveva scritto al posto mio.
Mi aveva semplicemente aiutato a esprimermi meglio.
Per me l’intelligenza artificiale rappresenta un’evoluzione dello stesso principio.
Non pensa al posto mio.
Non vive al posto mio.
Non fa ricerca al posto mio.
Mi aiuta, quando lo ritengo opportuno, a dare una forma migliore a un pensiero che è già nato nella mia testa.
E c’è un’ultima cosa che voglio dirvi.
Anche questo editoriale è stato scritto con l’aiuto di ChatGPT.
No, non gli ho chiesto cosa pensare.
Non gli ho chiesto di inventare una tesi.
Non gli ho chiesto di scrivere questo articolo al posto mio.
Gli ho raccontato tutto quello che avevo dentro.
Le mie esperienze.
Le mie riflessioni.
I miei dubbi.
Gli esempi che avete appena letto.
Gli ho semplicemente chiesto di mettere ordine nei miei pensieri e di trasformarli in un testo più scorrevole, più chiaro e più piacevole da leggere.
Le idee sono mie.
Le esperienze sono mie.
La curiosità è mia.
La responsabilità di ogni parola pubblicata è mia.
In queste righe non c’è nulla di artificiale.
C’è soltanto uno strumento che mi ha aiutato a comunicare meglio ciò che avevo già da dire.
Per questo continuerò a dirlo senza alcun imbarazzo.
Mi chiamo Luigi Manco.
E uso ChatGPT.