Pigionatti, il carisma dell’educatore

Il 12 dicembre 1914 nasceva Don Tarcisio Pigionatti, figura centrale del cattolicesimo varesino del Novecento, educatore instancabile, cappellano militare, alpino nel cuore, e per decenni anima del Convitto De Filippi di Varese.

Ricordarlo oggi significa ripercorrere una forma di cristianesimo vissuto nella concretezza quotidiana: vivo, dinamico, profondamente umano.

Chi lo ha conosciuto conserva di lui un’impressione nitida: la rapidità del passo, l’energia inesauribile, la capacità di rendere ogni incontro un’occasione formativa. Don Tarcisio non parlava a qualcuno, ma con qualcuno. Chiamava all’improvviso — a qualsiasi ora — per farsi accompagnare nelle sue peregrinazioni, e nessuno restava mai indifferente: perché in ogni tragitto lasciava un messaggio, una scintilla su cui riflettere. Aveva il dono raro di chi sa convincere non per autorità, ma per autorevolezza.

Il suo rapporto con il tempo era singolare. Non lo subiva: lo rincorreva. Camminava, correva, anticipava le cose. La sua voce, talvolta spezzata o concitata, tradiva quella vivacità interiore che pensava più velocemente della parola. Come ha scritto Monsignor Marco Ferrari, Don Tarcisio “vedeva sempre più in là”: ogni realtà era per lui una base di partenza, mai un punto d’arrivo. Il sogno e il pensiero gli correvano avanti, indicandogli strade possibili prima ancora che fossero percorribili.

Il Convitto De Filippi fu la sua grande nave. Una nave popolata da ragazzi e educatori, ognuno con una propria identità e una propria dignità da difendere. Don Tarcisio ne era il comandante ideale: presente, attento, capace di governare con fermezza e, insieme, con una straordinaria carica umana. Per lui il cristianesimo era contatto, prossimità, gesto concreto: una pacca sulla spalla, una parola schietta, un incoraggiamento offerto senza risparmio. La carità non era un compito, ma un istinto naturale. Tant’è che spesso svuotava le sue tasche per riempire quelle di chi era rimasto senza una lira.

La sua sensibilità era profondamente alpina. L’esperienza come cappellano militare lo segnò per sempre: gli Alpini, i Vigili del Fuoco, i Carabinieri erano per lui compagni di strada, da sostenere nelle difficoltà e spronare nelle idealità più alte. In loro rivedeva il sacrificio, la disciplina, il senso del dovere, ma anche le fragilità dell’uomo che affronta prove estreme.

Nel ministero sacerdotale, Don Tarcisio si riconosceva pienamente. La preghiera era per lui rifugio e sorgente, forza e ripartenza. Non era raro incontrarlo nelle chiese del Varesotto, inginocchiato, raccolto, immerso in un dialogo silenzioso. Una fede concreta, operosa, radicata nella vita quotidiana e, insieme, capace di elevarla. La grazia dell’ordinazione sacerdotale — come ricorda Monsignor Ferrari — in lui “non si era spenta, ma restava viva e vivace”.

Il De Filippi, sotto la sua guida, fu molto più di un luogo di studio: fu un laboratorio umano. Un contesto in cui — come su una nave — ci si preparava ad affrontare il mare aperto della vita. Le verità non erano date per scontate: bisognava cercarle, interpretarle, applicarle. Per i ragazzi, Don Tarcisio rappresentò un maestro che non solo insegnava, ma formava: orientava, correggeva, incoraggiava. Indicava una strada. E chi ha avuto la fortuna di percorrerla con lui lo ricorda ancora oggi.

A ventisette anni dalla sua morte, avvenuta l’11 maggio 1997, rimane vivo il ricordo di un sacerdote che non smetteva di scommettere sulle persone, che credeva nel loro potenziale, che dava fiducia prima ancora che la fiducia fosse meritata. Un uomo che ha inciso profondamente nella storia educativa e religiosa di Varese.

Il tempo passa, certo. Ma gli educatori autentici non si dimenticano. E Don Tarcisio Pigionatti è uno di quei rari maestri la cui testimonianza continua a parlare: con il passo svelto, la voce impaziente, la generosità che non si spegne, e quella capacità di ricordarci che la vita — quando vissuta con entusiasmo, carità e passione — è davvero un dono bellissimo.