La dea Strenna e lo scambio dei doni

di Cesarina Briante

Nel silenzio dell’inverno romano, quando i Saturnali animavano la città di banchetti e libertà, un nome risuonava come promessa di prosperità: Strenna. Divinità sabina, custode della salute e della fortuna, abitava un bosco sacro lungo la Via Sacra. Da lì, il re Tito Tazio colse il primo ramoscello augurale, inaugurando un rito che avrebbe segnato la memoria collettiva.

Le strenae erano doni semplici: rami di alloro, vischio, statuette votive, piccoli segni di buon auspicio. Non contava il valore materiale, ma il gesto: offrire un frammento di natura o un simbolo sacro significava augurare prosperità e salute per l’anno nuovo.

I cittadini le scambiavano alle Calende di gennaio, i clienti le portavano ai patroni, persino gli imperatori ricevevano strenne come pegno di fedeltà e fortuna.
Con il cristianesimo, il rito si trasformò: dai rami sacri ai pani e ai dolci, dalle statuette votive ai cesti di prodotti. Nel Medioevo e nel Rinascimento, le strenne divennero più ricche e codificate, fino a diventare cesti natalizi e strenne librarie nell’età moderna.

Oggi, quando apriamo un pacco di dolci o riceviamo un libro come dono di fine anno, ripetiamo senza saperlo l’antico gesto di Strenna.
Ogni strenna è un ramoscello invisibile simbolo di affetto. Un gesto significativo che trova origine in tempi remoti . È il segno che, da Roma antica alle nostre case, il dono resta un ponte tra comunità e futuro.

Fonti
RomanoImpero.com – Strenna

NatalisStileArte – I Saturnali e le strenne