di Pietro Pitruzzello
Varese, specchio d’acqua e di civiltà
C’è un’immagine che ritorna spesso quando si parla di Varese: una superficie d’acqua increspata dal vento, un lago che riflette monti e campanili, un torrente che corre tra pietre e castagni. È un’immagine antica, quasi archetipica, che appartiene alla memoria collettiva di questo territorio. Varese — lo si dice da sempre — è la provincia dei laghi. Ma oggi, in un’epoca in cui il clima si trasforma, in cui le risorse naturali si assottigliano e in cui la dipendenza dell’uomo dall’ambiente diventa sempre più evidente, quella immagine assume un valore nuovo: non più solo estetico, ma etico, sanitario, politico. In altre parole, parlare dell’acqua a Varese significa parlare del futuro. Significa parlare di diritti, di giustizia ambientale, di salute pubblica. Significa interrogarsi su quale eredità intendiamo consegnare alle generazioni che verranno. Perché l’acqua — e lo abbiamo capito con ritardo — non è semplicemente una risorsa: è una prova di maturità civile.
I luoghi che ci fondano
Ogni territorio è definito dai suoi elementi naturali. Venezia ha la laguna, Roma il Tevere, Firenze l’Arno. Varese, invece, è definita da una costellazione liquida di laghi e falde, un microsistema idrico tra i più complessi dell’Italia settentrionale. Qui le acque hanno scavato le valli del Luinese, disegnato i confini, alimentato mulini, lavatoi, industrie, persino identità sociali. Nel Medioevo erano vie di comunicazione; nell’Ottocento erano forza motrice per le filature; nel Novecento erano attrattore turistico e promessa di benessere. Dimenticare tutto questo significa dimenticare noi stessi. Eppure, è proprio il rischio che stiamo correndo. Perché il rapporto dell’uomo contemporaneo con l’acqua si è fatto distratto, svogliato. Apriamo un rubinetto come se fosse una certezza eterna, una sorta di diritto naturale garantito dalla modernità. E invece l’acqua — soprattutto a Varese — è frutto di equilibri fragili, e di un lavoro continuo fatto di depuratori, condotte, controlli chimici, analisi microbiologiche, manutenzioni, investimenti pubblici. Nulla è scontato e tutto va difeso.
L’acqua come parametro di salute collettiva
C’è un dettaglio che raramente appare nelle discussioni pubbliche: l’acqua è il più importante determinante ambientale della salute umana. Molto più dell’aria, del cibo, del clima. Senza acqua pulita, nessun ospedale può funzionare, nessuna comunità può crescere in modo sano, nessuna economia può prosperare. Le analisi effettuate in provincia di Varese lo confermano: la qualità dell’acqua potabile è complessivamente buona, e i gestori pubblici effettuano controlli severissimi. Ma la salute non dipende solo dalla potabilità dei rubinetti. Dipende dal sistema nel suo complesso: dai laghi che respirano, dalle falde che si ricaricano, dai torrenti che scorrono senza essere interrotti o contaminati. Il corpo umano non distingue tra “acqua del lago” e “acqua del bicchiere”: vive in un ecosistema. Se un lago soffoca per l’eutrofizzazione, se una falda si impoverisce, se un torrente viene inquinato, la salute della popolazione ne risente — magari in modo lento e silenzioso, ma inesorabile. Lo sanno bene gli esperti di epidemiologia ambientale: la qualità dell’acqua influenza le malattie dell’apparato digerente, il sistema nervoso, la fertilità, l’endocrinologia. Perfino il benessere psicologico trae beneficio da un territorio sano. La salute, insomma, non è una faccenda privata: è un atto politico, e l’acqua è forse la sua prima voce.
I problemi che non vogliamo vedere
Se l’acqua è un bene comune, dobbiamo avere il coraggio di affrontare i problemi che la minacciano.
A Varese sono almeno tre. Il primo è l’inquinamento. Il Lago di Varese, nonostante i progressi recenti, porta ancora le cicatrici di decenni di scarichi insufficientemente depurati, di agricoltura chimica, di incuria.
Un lago non muore dall’oggi al domani: agonizza lentamente, e rianimarlo richiede uno sforzo titanico. Il secondo è la pressione industriale e urbana. Le falde profonde sono una ricchezza enorme, ma la loro vulnerabilità è altrettanto grande. Un solo sversamento di solventi può contaminarle per decenni. Una cementificazione eccessiva può impedirne la ricarica naturale.
Il terzo problema è la crisi climatica. Le estati sono più calde, gli inverni più secchi, le precipitazioni concentrate in eventi violenti. Il ciclo naturale dell’acqua è in sofferenza. E un territorio come Varese, dipendente dalle sue acque, può pagare un prezzo altissimo. Abbiamo bisogno di una cultura nuova, capace di andare oltre l’emergenza, e di guardare avanti con lucidità.
La politica dell’acqua: una scelta di civiltà
C’è però una buona notizia: la provincia di Varese ha saputo, negli ultimi anni, affidare la gestione dell’acqua a enti che hanno fatto della trasparenza, della sostenibilità e della tutela sanitaria un pilastro del loro agire. Questo non è un dettaglio: è un segno di civiltà. Gestire l’acqua significa prendere decisioni. Significa scegliere se investire in reti moderne o lasciare tubature fatiscenti. Significa proteggere le falde o sfruttarle senza misura. Significa fare del bene comune una priorità, o relegarlo tra gli aspetti secondari del bilancio. Soprattutto significa difendere l’acqua dalla logica del profitto, perché dove c’è profitto, spesso l’interesse pubblico si indebolisce.

Educare alla responsabilità: il compito più urgente
Non basta la politica. Non bastano i tecnici. Non basta nemmeno la scienza, se non si traduce in cultura. C’è bisogno di un nuovo rapporto tra i cittadini e l’acqua. Di un rispetto che si è perso. Di una consapevolezza che non abbiamo mai davvero costruito. In questo, il territorio di Varese sta dando segnali incoraggianti: progetti scolastici, percorsi didattici, iniziative pubbliche che raccontano l’acqua ai bambini come alle famiglie, che aprono i depuratori, spiegano le falde, mostrano il viaggio invisibile che porta l’acqua nelle nostre case. Sono gesti piccoli, ma fondamentali, perché formano generazioni diverse: più attente, più sobrie, meno inclini allo spreco. La cultura dell’acqua è il vero investimento per il futuro.
Varese e il futuro: il patto necessario
La domanda finale è semplice, e allo stesso tempo difficilissima: che cosa vogliamo essere come comunità? Una provincia che considera l’acqua un privilegio da vivere senza pensieri? O una provincia che la vede come una responsabilità etica, ambientale e sanitaria? Il futuro del varesotto dipenderà da questa scelta. Dipenderà dalla capacità di proteggere i suoi laghi, di risanare i suoi torrenti, di custodire le sue falde, di rendere le infrastrutture moderne e sicure. Dipenderà dal capire che l’acqua è l’indicatore più preciso della nostra civiltà. E forse il più semplice dei messaggi possibili — ma anche il più potente — è questo: prendersi cura dell’acqua significa prendersi cura dell’essere umano. Del suo corpo, della sua salute, del suo territorio, della sua memoria. A Varese questo principio non è un’astrazione: è scolpito nel paesaggio. Sta a noi decidere se lasciarlo evaporare o trasformarlo in un impegno collettivo.

Bibliografia
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(Riferimenti utilizzati come base concettuale, non come citazioni puntuali.)
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The Lancet Planetary Health. (2019–2024). Ricerche sugli effetti sanitari del cambiamento climatico sulla disponibilità e qualità della risorsa idrica.