Scipione Riva Rocci: padre dello sfigmomanometro e del “nuovo” ospedale di Varese

di Fausto Bonoldi

Il 29 dicembre 1900 segna una data fondamentale nella storia della sanità varesina. In quel giorno, la Congregazione di Carità nominò direttore dell’ospedale cittadino – allora situato in via Donizetti – il professor Scipione Riva Rocci, medico torinese destinato a lasciare un’impronta profonda e duratura nella medicina italiana e nella vita della città di Varese.

Nato ad Albese, in provincia di Torino, il 7 agosto 1863, Riva Rocci giunse a Varese ancora relativamente giovane, ma già forte di una solida formazione scientifica. Laureatosi in medicina a Torino nel 1888, era stato assistente del celebre clinico Carlo Forlanini, impegnato nel perfezionamento della tecnica del pneumotorace per la cura della tubercolosi, una delle malattie più temute dell’epoca.

A Varese, Riva Rocci ricoprì contemporaneamente i ruoli di direttore dell’ospedale e primario internista per ben ventisette anni, dal 1900 al 1927. Un incarico di lunga durata, che seppe conciliare con l’insegnamento universitario presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Pavia, dove ottenne la prima cattedra di Pediatria, istituita nell’anno accademico 1909-1910.

Il contributo di Riva Rocci alla città non si limitò all’attività clinica. A lui si devono infatti la fondazione dell’Associazione Medica Varesina, l’istituzione della clinica pediatrica e il progetto del nuovo ospedale immerso nel parco di Villa Tamagno, destinato a diventare un punto di riferimento per la sanità locale.

Il nome di Scipione Riva Rocci è però legato indissolubilmente a una delle invenzioni più importanti della medicina moderna: lo sfigmomanometro.

Grazie a questo strumento, la misurazione della pressione arteriosa divenne finalmente semplice, sicura e riproducibile, eseguibile direttamente al letto del paziente e non più confinata al laboratorio.

Decisiva fu l’introduzione del bracciale pneumatico, che consentiva una compressione uniforme del braccio, riducendo drasticamente gli errori tipici degli strumenti precedenti.

Altrettanto innovativa fu la scelta di misurare la pressione sull’arteria omerale, più affidabile rispetto all’arteria radiale.
Uomo di grande rigore morale, Riva Rocci non esitò mai a riconoscere il contributo dei colleghi che lo avevano affiancato nel suo lavoro. Coerentemente con i suoi principi, rifiutò di brevettare la sua invenzione, rinunciando a ogni possibile guadagno economico derivante dallo sfruttamento commerciale dello sfigmomanometro.

Varesino d’adozione fin dall’inizio del Novecento, fu costretto ad abbandonare l’attività professionale nel 1930, colpito da una grave forma di encefalite letargica, contratta anni prima durante un’epidemia, mentre curava numerosi pazienti affetti da questa misteriosa patologia. Trasferitosi a Rapallo con la moglie, vi morì il 15 marzo 1937, all’età di 74 anni.

Alla sua memoria la città di Varese ha dedicato la via che collega viale Tamagno a via Lazio, costeggiando proprio l’ospedale che egli contribuì a progettare e a rendere un’eccellenza sanitaria.