Hotel al Colle di Biumo: storia e trasformazioni della Varese dall’alto

Villa Andrea Ponti e il suo parco sul Colle di Biumo: una delle grandi residenze che hanno costruito la vocazione di accoglienza della collina.

di Valentina Fumagalli

Salire sul Colle di Biumo significa fare una cosa che a Varese facciamo raramente: guardare la città dall’alto senza volerla dominare. Bastano poche curve e il rumore cambia. Le strade si stringono, i muri diventano più alti, i cancelli più frequenti. È qui che oggi torna una notizia destinata a far discutere: la possibilità di realizzare un albergo di lusso nell’area delle Ville Ponti, rilanciata dalla Camera di Commercio e inserita nel dibattito urbanistico in corso. Ma Biumo, per capire se e come accoglierlo, va prima ascoltato.

Pochi sanno che il colle è diviso da sempre in Biumo Inferiore e Biumo Superiore, una distinzione che compare già nei documenti medievali. Non è solo una questione altimetrica: è un modo di abitare. Biumo nasce come luogo di controllo, una piccola castellanza che sorvegliava le vie verso nord, verso la Svizzera. Ancora oggi, in mezzo alle ville, affiorano tracce di quel passato: muri spessi, allineamenti insoliti, una sensazione di presidio che non se n’è mai andata del tutto.

Una delle chicche meno note riguarda la famiglia Biumi, che dà il nome al colle. La loro dimora fortificata sorgeva dove oggi si trova Villa Biumi Redaelli: sotto l’eleganza ottocentesca si nascondono strutture molto più antiche, tanto che le fonti parlano di una torre in grandi blocchi di pietra, residuo di un’epoca in cui qui si veniva più per difendersi che per villeggiare.

Poi qualcosa cambia. Dal Seicento in avanti Biumo smette di essere solo un luogo da controllare e diventa un luogo da mostrare. È il momento delle ville di delizia, costruite per stupire, ricevere, ospitare. Il colle diventa una terrazza sulla città. È in questo contesto che nasce Villa Panza, dimora che attraversa secoli e proprietari fino a trasformarsi, oggi, in uno dei luoghi d’arte contemporanea più sorprendenti d’Italia. Ma la vera chicca è che Villa Panza non nasce come “museo”: nasce per accogliere, per far sentire l’ospite parte di una visione, con il paesaggio come elemento scenografico.

Poco più in là, quasi come se dialogassero a distanza, sorgono le Ville Ponti. Anche qui, prima ancora della funzione odierna, c’è una vocazione antica: ricevimenti, incontri, rappresentanza. Le sale che oggi ospitano congressi e eventi erano pensate per questo già nell’Ottocento. In altre parole, Biumo ha sempre saputo ospitare, anche se non lo chiamava ancora turismo.

Tra una villa e l’altra, però, c’è il Biumo che non compare nelle brochure: le stradine strette, le scalinate improvvise, i giardini nascosti dietro muri altissimi. E c’è la chiesa di San Giorgio, che all’interno custodisce affreschi e decorazioni rococò che pochi visitatori si aspettano di trovare salendo fin quassù. È uno di quei luoghi che raccontano un altro lato del colle: più raccolto, più silenzioso, quasi segreto.

E poi ci sono le storie che non finiscono negli archivi. Quelle che si tramandano a mezza voce. Biumo, con i suoi edifici antichi e la forte presenza religiosa del passato, è uno dei luoghi dove più facilmente si sono sedimentati racconti legati a riti, paure, presenze, fino alle figure di preti conosciuti per pratiche di esorcismo. Non importa quanto siano verificabili: contano perché spiegano come questo colle sia sempre stato percepito come “altro”, separato dal resto della città.

E così si torna all’oggi. Parlare di un hotel di lusso a Biumo non è un fulmine a ciel sereno. È, in fondo, l’ennesima trasformazione di una collina che da secoli accoglie, osserva, rappresenta. La differenza sta nel peso della scelta: un albergo non è un evento, non è una mostra, non è un ricevimento. È una presenza stabile. Il futuro del Colle di Biumo sta tutto qui: capire se questa nuova forma di ospitalità saprà dialogare con una storia fatta di equilibrio, di silenzi e di viste lunghe. Perché Biumo non è mai stato solo un luogo dove costruire. È sempre stato un luogo dove Varese ha deciso cosa voleva essere.