Il 16 gennaio 1948 si spegneva monsignor Alessandro Proserpio, prevosto di Varese dal 1930 fino alla morte. La sua scomparsa non fu un lutto formale, ma un dolore autentico e condiviso: ventimila varesini parteciparono al corteo che seguì le esequie celebrate nella basilica di San Vittore, testimoniando quanto profondo fosse il legame tra il sacerdote e la sua comunità.
A quasi settant’anni di distanza, la memoria di Proserpio vive ancora nello spazio urbano della città. Una via collega oggi via Sanvito a via Crispi, costeggiando il largo dedicato a un altro grande sacerdote varesino, don Giuseppe Tornatore, a ricordare una stagione intensa della vita religiosa e civile cittadina.
Monsignor Proserpio fu davvero il buon pastore di tutto il suo gregge, ma fu soprattutto ricordato come il “prete dei poveri”. Non per retorica, ma per vita vissuta. Emblematico il gesto dei mendicanti assistiti dai frati della Brunella, che, alla sua morte, fecero una colletta per far celebrare un ufficio funebre in suffragio del loro monsignore: un uomo che aveva vissuto e lasciato questo mondo da povero tra i poveri.
La Giunta comunale, presieduta dal socialista Luigi Cova, decise di farsi carico delle spese funerarie e di concedere una sepoltura perpetua nel cimitero di Belforte, riconoscendo ufficialmente l’opera di un sacerdote che aveva soccorso i diseredati “fino a ridursi in dignitosa povertà”.
Nato a Milano nel 1877, figlio di Enrico Proserpio e Giuseppina Galli, Alessandro Proserpio fu ordinato sacerdote agli inizi del nuovo secolo. Destinato all’insegnamento, ricevette il primo incarico pastorale nella parrocchia di San Michele a Busto Arsizio, dove per undici anni si distinse come confessore, predicatore, insegnante e giornalista, lavorando senza risparmio di energie e incurante dei rischi.
Il 16 gennaio 1930 giunse a Varese come prevosto di San Vittore. Se a Busto Arsizio aveva condiviso il dramma della Grande Guerra accanto alle famiglie dei combattenti, sotto il Sacro Monte affrontò con coraggio la tragedia della guerra civile, assumendo posizioni che avrebbero potuto costargli molto.
Alla caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, annotò parole durissime: si disse “contento che finalmente il duce, salito all’altezza divina, era caduto e tornava umile verme a strisciare sulla terra”.
Dopo l’armistizio e l’occupazione tedesca, il 12 settembre 1943, commentando l’accoglienza festosa riservata dalle élite varesine alle SS al ponte dell’autostrada, lasciò scritto nel Liber Chronicus di San Vittore:
“Signore e signorine di Varese sono corse incontro ai tedeschi con fiori e sigarette. Se ne accorgeranno.”
Non stupisce dunque che il 26 aprile 1945, all’indomani della Liberazione, monsignor Proserpio celebrasse un Te Deum di ringraziamento, invitando i fedeli a custodire la libertà riconquistata:
“Si può parlare, discutere, sostenere le proprie idee, ma non imporle agli altri, soprattutto non imporle agli altri con la forza e la prepotenza.”
Una lezione che il tempo non ha consumato. Una memoria che Varese farebbe bene a tenere viva.

