di Cesarina Briante
Gennaio è un mese che possiamo definire di passaggio. Il freddo si fa ancora sentire intenso e pungente ma la luce comincia a cambiare, e nelle comunità rurali questo tempo era segnato da riti che accompagnavano il lento ritorno del sole. I fuochi d’inverno, diversi per forma e significato, avevano tutti, in parte, la stessa funzione: richiamare simbolicamente la luce e il calore solari, celebrare la stagione chiara che avanzava.
In questo periodo dell’anno si svolgeva anche la macellazione del maiale, momento fondamentale della vita contadina. Nulla andava sprecato: ogni parte dell’animale trovava un uso, e alcuni tagli venivano consumati subito, trasformando la fatica della “mazza” in un’occasione conviviale. Nel Varesotto compariva immancabilmente la cassoeula, piatto invernale per eccellenza, che vedeva l’impiego di verze e tagli “poveri” in una ricetta capace di riunire famiglie e vicinato.
Gennaio coincide anche con l’avvio del Carnevale, che da noi è celebrato soprattutto nei giorni del “Grasso”, ma che inizia a prendere forma già in questo periodo. La sua data varia in base alla Pasqua, ma in molte zone d’Italia è tradizione farne iniziare simbolicamente il tempo il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant’Antonio Abate.
Un riferimento prezioso compare in Romanica Helvetia (1948), dove si ricorda che nel Varesotto il termine puscena, da post coenam, indicava un consumo gastronomico serale legato al giovedì della Giöbia, ricorrenza invernale che cade nelle settimane precedenti al Carnevale. Il giovedì, chiamato giöbia nel Ticinese e in molte zone del Varesotto, era tradizionalmente dedicato ai pasti comunitari: una consuetudine che ha dato il nome stesso alla festa.
Le celebrazioni di passaggio stagionale coincidevano con i digiuni delle Quattro Tempora, osservati il mercoledì, il venerdì e il sabato, rendendo il giovedì il giorno più adatto al banchetto.
A ciò si aggiungeva il valore simbolico del giorno, consacrato a Giove e, parallelamente, ai ritrovi magici posti sotto il segno di Diana. In molti luoghi si gridava “Giubiana” per esorcizzare i fenomeni celesti, considerandola uno spirito o un fantasma. In alcune realtà rionali è diffusa anche l’usanza di una torta a forma di cuore, simbolo affettivo legato alla puscena: una reinterpretazione recente che si affianca alle tradizioni più antiche.
In questo stesso periodo si celebra Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, figura profondamente legata al mondo rurale e agli animali domestici. Il maialino che lo accompagna nell’iconografia deriva dall’antico privilegio dei monaci Antoniani, che allevavano maiali destinati alla cura dei malati colpiti dal “fuoco di Sant’Antonio”. La sua festa cade proprio nel tempo della macellazione del suino. Il Santo è considerato il protettore degli animali e il custode del ciclo alimentare contadino.
A Varese è molto sentita la celebrazione presso la chiesa di Sant’Antonio Abate in piazza della Motta, luogo storicamente legato al falò e alla fiera del Santo. Una fonte ottocentesca (Varese e suo circondario, 1874) attesta una tradizione particolarmente suggestiva: nel giorno della festa, le famiglie accompagnavano alla chiesa i novelli sposi, vestiti con gli abiti nuziali. Le spose indossavano i loro gioielli migliori, che brillavano anche nelle giornate più fredde, tra brezza invernale, pioggia o neve; bellissima era la loro immagine di giovani spose che indossavano, per l’occasione, guanti leggeri e senza dita così che la bellezza degli anelli fosse di onore alla celebrazione e le mani libere nei movimenti.
Il sagrato, per l’occasione, si trasformava in una piccola fiera, con prodotti tipici della stagione.
Accanto a queste consuetudini storiche, negli ultimi anni si è diffusa anche l’usanza di gettare nel falò piccoli biglietti con richieste, pensieri o preoccupazioni da affidare simbolicamente al fuoco: tra i desideri più ambiti compaiono quelli legati ai sentimenti, all’amore e non è un caso.
I falò che anticipano la primavera sono da sempre considerati propizi, e nel caso del fuoco di Sant’Antonio alla Motta questa consuetudine trova un’ulteriore forza nell’antica usanza dei novelli sposi che si recavano in chiesa.
Questi riti, antichi e recenti, documentati o nati nelle comunità, compongono un mosaico che racconta non solo il calendario rurale, ma anche il modo in cui il territorio continua a interpretare e rinnovare la propria memoria.
Fonti principali:
Romanica Helvetia, 1948
PR. LUIGI BRAMBILLA, Varese e suo circondario, 1874
Roberto Berardi, La scuola nel Settecento: ricerche e documenti sulla…, Milano, 2001,
Remo Bracchi, Nomi e volti della paura nelle valli dell’Adda e della Mera, Sondrio, 2009,
Divertilandia.it, articolo “L’arrivo del Carnevale” (12 gennaio 2026),
Tradizioni orali e usanze locali documentate nel territorio varesino