Lezioni (scomode) dalla Capitale Italiana dell’Arte 2026
di Carla Tocchetti
Da oggi, a Gibellina, l’arte contemporanea smette di essere una dichiarazione programmatica e diventa una responsabilità concreta. Si avvia oggi infatti la programmazione delle attività previste, del valore complessivo di un milione di euro – a tanto ammonta la dotazione finanziaria che il Ministero della Cultura ha assegnato alla città siciliana vincitrice del titolo di Capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026.
L’obiettivo del bando ministeriale riguardava “la leva culturale per la coesione sociale, l’integrazione, la creatività, l’innovazione, la crescita, lo sviluppo economico e il benessere individuale e collettivo”, tradotto: l’arte può anzi deve produrre trasformazione culturale, ma anche urbana e sociale. Vale la pena di partire da qui, per capire perché Gibellina (4.000 abitanti!) ha vinto su 16 concorrenti — e perché Gallarate, pur con una candidatura di tutto rispetto, non è stata premiata. Anche per interrogarsi su cosa si dovrebbe fare, se davvero vogliamo presentare la candidatura di Capitale europea della Cultura 2030.
La ricchissima dotazione che premia le capitali dell’arte, della cultura, etc., infatti, stimola la realizzazione di processi di cambiamento, non rafforza situazioni già strutturate.
Gibellina Nuova nasce, dopo il terremoto del 1968, come progetto visionario voluto dal sindaco e intenditore d’arte Ludovico Corrao: una costruzione ex novo, affidata ad artisti delle avanguardie, paesaggisti e architetti, fondata sull’idea che l’arte può guidare la rinascita civile. Il dossier vincente del 2026, intitolato Portami il futuro, innesta questa visione in un territorio che è rimasto sempre fragile ad affrontare il rischio di spopolamento e l’abbandono delle realtà produttive. Candidandosi, Gibellina ha esaltato ciò che da anni si sforza di portare avanti: eventi nello spazio pubblico (il famoso Cretto di Burri), residenze artistiche come ponte internazionale, produzione di opere site-specific, coinvolgimento diretto di comunità artistiche e giovanili, e collegamento con i più importanti comuni del territorio del Belìce e dell’alto trapanese.
Gallarate, invece, ha messo al centro della candidatura 2026 il MA*GA, museo autorevole con una storia importante e un riconoscimento nazionale. Sostegno di Regione e Provincia ovviamente presenti, cui si è aggiunta una alleanza con Varese, e precisamente con una seconda istituzione, la varesina Villa Panza del FAI, oltre che con altri musei privati. Purtroppo ci si è dimenticati del polo bustocco che da anni propone con convinzione e continuità festival e eventi che saldano virtuosamente il legame culturale con la città, e hanno fatto crescere importanti competenze organizzative e curatoriali locali. In sostanza si è puntato molto, anche con il sostegno esplicito di Confindustria e dei Missoni, sulla identità produttiva di un territorio vocato storicamente al design (industriale). La “provincia del fare” ha indubbiamente concorso alla realizzazione di luoghi di eccellenza del nostro territorio, peraltro accedibili solo a pagamento; e forse proprio questa “istituzionalità del luogo culturale”, che ha segnato un’epoca ma non ha gemmato altre esperienze esterne, ha finito per essere anche il limite del progetto.
Il bando, infatti chiedeva una visione strategica capace di dimostrare come l’arte contemporanea potesse agire da leva di trasformazione del territorio, attraversando la città con pratiche pubbliche, diffuse, partecipative, capaci di produrre un dialogo con la popolazione e diventare volano di sviluppo oltre l’anno del titolo.
In questo senso, Gibellina era facilitata essendo nata da una visione privilegiata dell’arte da vivere quotidianamente, pur con tutte le eccezioni di un tessuto sociale che non sempre ha accettato questa identità proposta dall’alto. Se a Gibellina Nuova piazze, edifici, teatri, sono già di fatto luoghi di produzione artistica e relazione sociale, a Gallarate e Varese, invece, gli eventi culturali nello spazio pubblico restano marginali rispetto al perimetro museale e istituzionale (con l’unica eccezione della stagione musicale varesina in Basilica).
Se Varese, il Varesotto, pensano a una candidatura come Capitale europea della Cultura 2030, sarà necessario un atto di coraggio. Raccontare che le nostre sono città del “fare”, dell’industria, dell’efficienza, e che questo ha prodotto a suo tempo alcune importanti location, non basterà. L’Europa premierà la città che dimostri di potersi trasformare attraverso la cultura risolvendo problemi contemporanei. I nostri amati luoghi della cultura dovrebbero diventare facilitatori di una rete più ampia, non autoreferenziale. Oggi il mondo guarda alla contemporaneità artistica condivisa in forma gratuita nei quartieri, nei luoghi ordinari, nei vuoti urbani, nelle contraddizioni sociali: laddove l’arte non serve solo a rappresentare elitariamente la città, ma anche a metterla in discussione. Dovranno essere avviati, con largo anticipo, interventi culturali che coinvolgano i cittadini e soprattutto le fasce più giovani su temi che riguardano tutti, come lavoro e automazione, produttività e sostenibilità, benessere e disuguaglianze, infrastrutture e solitudine urbana.
Per essere più concreti, possiamo anche prendere ad esempio l’esemplare progetto che Pietrasanta (24.000 abitanti) ha realizzato per la candidatura 2027: un percorso partecipato biennale che ha coinvolto, in piena trasparenza e ossequio alla inclusività, 42 soggetti promotori e 99 partner pubblici e privati, attuando tavoli tematici con cittadini, artisti, istituzioni culturali, operatori creativi locali e non, sotto la guida di un Comitato scientifico internazionale per garantire qualità, coerenza e respiro alto. A seguire, il progetto dettagliava molto specificatamente un programma di azioni organizzate attorno a spazi ben precisi (le infrastrutture dialogano con il paesaggio! E noi cosa dovremmo dire a Varese?), a relazioni di cui c’è già evidenza (per le idee progettuali di laboratori), a processi culturali orientati alla partecipazione, alla formazione e innovazione (gli unici che possono costruire le risorse per il futuro). Consoliamoci, neppure Pietrasanta ha vinto la disfida, ma può essere di esempio su come procedere.
Il 2030, se lo si prende sul serio, inizia adesso.