La storia del cilostar si lega a un’epoca lontana, quando il borgo di Somma venne diviso in due parti distinte, una separazione formalizzata il 17 maggio 1482, nove anni dopo la spartizione dei beni tra i fratelli Guido e Francesco Visconti. Da quel momento la comunità si articolò in una zona inferiore, raccolta attorno al largo del pozzo Valgella, e in una zona superiore, che teneva i suoi comizi sulla piazza del Castello, al tramonto, sotto il grande olmo che dava nome allo spazio.
Questa divisione amministrativa alimentò per decenni una rivalità vivace, che si manifestò in forme diverse. Una carta del 1581 ricorda, ad esempio, il gioco pasquale del “tirare al gallo”, spesso causa di discussioni e disordini. Con il tempo, però, le tensioni si attenuarono: già a metà del Seicento le contrapposizioni si erano in gran parte assopite, lasciando spazio a riti condivisi e a una competizione più simbolica che reale.
Tra questi riti, uno dei più significativi era l’offerta del grande cero alla chiesa maggiore. Ogni anno, in gran segreto, le due parti del borgo raccoglievano la cera d’api necessaria per forgiare il cilostar, la candela votiva che rappresentava l’intera comunità. I ceri raggiungevano spesso pesi straordinari, talvolta fino a millequattrocento libbre per ciascuna fazione.
Il giorno dell’offerta cadeva il 21 gennaio, festa di Sant’Agnese, nel cuore dell’inverno, quando i falò accesi nelle corti richiamavano il sole e propiziavano la stagione calda. La processione del cilostar attraversava le vie principali del borgo tra tamburi, trombe e l’entusiasmo della folla. Il cero vincente era quello che meglio si presentava e che aveva dimensioni maggiori: veniva giudicato dai signori Visconti, dal prevosto e dai rappresentanti delle due fazioni. Il cilostar perdente tornava invece alla parte sconfitta, che aveva il compito di confezionare i ceri più piccoli, destinati alle necessità dell’anno liturgico.
Con il passare del tempo la manifestazione divenne sempre più ampia e coinvolgente. Vi partecipavano le confraternite, i cui rappresentanti portavano il cilostar sulle spalle, oppure lo caricavano su carri trainati da buoi.
In epoche più recenti, soprattutto negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale, la tradizione si ridimensionò: la raccolta si trasformò in una questua di fondi, e l’onore dell’antica competizione passò alle famiglie Coeu e Toscia (Casolo e Casale), appartenenti alla Confraternita di San Vito. Il vincitore aveva il privilegio di aprire la processione al grido di “Eviva Santa Gnesa”.
Dopo un periodo di sospensione, la celebrazione è stata ripresa nel 1981, restituendo al borgo un frammento della sua memoria più luminosa. Così, tra il fuoco dei falò di gennaio e la luce benedetta della Candelora, il cilostar continua a raccontare una storia nata dalla rivalità, ma capace di unire la comunità nella stessa ricerca di luce, calore e identità.
Fonti:
Lodovico Melzi, Somma Lombardo: storia, descrizione e illustrazioni, Milano, 1880.
Ambrogio Rossi, Storia del dialetto sommese, a cura della Pro-Loco di Somma Lombardo, 1990.
Ambrogio Rossi, Somma Lombardo da borgo antico a città moderna, Somma Lombardo, 1982.