di Cesarina Briante
Il Carnevale appare come una festa leggera, imperniata sul divertimento, ma dietro i suoi colori si nasconde un universo antico, fatto di riti stagionali, gesti propiziatori e invenzioni nate per portare allegria nei mesi più bui dell’anno. Molti oggetti che oggi consideriamo ovvi hanno origini insospettabili, spesso legate a tradizioni popolari che hanno percorso secoli e territori.
I coriandoli, per esempio, non sono sempre stati dischetti di carta. In origine erano veri semi di coriandolo ricoperti di zucchero, piccoli confetti aromatici lanciati durante le feste rinascimentali. Solo nell’Ottocento, quando nelle filande lombarde si accumulavano grandi quantità di ritagli circolari prodotti dalle macchine per il bozzolo, qualcuno ebbe l’idea di usarli per i lanci carnevaleschi al pari di una pioggia festosa. Erano leggeri, economici, perfetti per creare un’esplosione di colore: così nacque il coriandolo moderno.
Le stelle filanti arrivarono più tardi. Si trattava di rotolini di carta compressa che, lanciati in aria, si aprivano come nastri variopinti: un’invenzione semplice ma scenografica, adottata prima nei salotti dei borghesi e poi nelle piazze. La loro funzione era la stessa dei coriandoli: riempire lo spazio di movimento, colori, sorpresa.
Molto prima della carta, però, si lanciavano oggetti ben più concreti. In molte zone d’Italia si usavano fagioli, confetti, piccoli semi colorati: simboli di abbondanza, fertilità e buon auspicio.
Il gesto del lancio aveva un valore propiziatorio, un modo per “seminare” fortuna nella comunità. La stessa logica si ritrova in altre culture: in India, durante Holi, la primavera viene accolta con nuvole di polveri colorate che trasformano le strade in un arcobaleno che pare infinito. Cambiano i materiali, ma resta identico il desiderio di creare un’esplosione collettiva di gioia, in prossimità della bella stagione.
Anche le maschere hanno un passato sorprendente. Arlecchino, oggi figura comica, nasce come spirito infernale: il suo nome deriva da Hellequin, capo di una caccia notturna del folklore medievale. Solo più tardi diventa il servo furbo della Commedia dell’Arte, ma sotto il costume a losanghe continua a vibrare la sua origine inquieta. Molte maschere europee condividono questa radice: spiriti terrigeni, figure liminali, esseri che appartengono al confine tra inverno e primavera.
I carri, prima di essere veicoli di satira, erano chiamati trionfi. Come nelle processioni romane e nei Trionfi dei Tarocchi, rappresentavano forze che si fanno strada: Amore, Tempo, Fortuna. Oggi sfilano tra musica e ironia, schiamazzi e allegria, ma conservano la struttura simbolica di un tempo.
Perfino nei luoghi più rigidi, ad esempio in alcuni conventi, nel Settecento, il Carnevale non veniva vietato del tutto. Le autorità lo controllavano, ma ne riconoscevano la funzione: un momento necessario di sfogo, una pausa collettiva prima del ritorno all’ordine.
E in Lombardia, questa “pausa” ha un ritmo tutto suo. A Varese, come in tutto il territorio legato al rito ambrosiano, il Carnevale arriva più tardi: una festa posticipata, quasi a voler trattenere ancora un po’ il clima leggero e le manifestazioni di baldoria prima della Quaresima. Le sfilate attraversano il centro quando altrove tutto è già finito, e il Re Bosino, maschera locale, regna per pochi giorni come simbolo di quel rovesciamento giocoso dell’ordine che appartiene alla tradizione più antica. È un Carnevale che sembra voler sfidare l’inverno fino all’ultimo, prolungando la gioia come un gesto propiziatorio collettivo.
La foto è stata gentilmente concessa da F. Tapellini – anni ’50–’60