di Paolo Costa
Stefano Francalanci racconta i due anni nei lager tedeschi di suo papà Antonino
Il 12 settembre 1945 il tenente dell’esercito italiano Antonino Francalanci, classe 1921, è in Grecia al seguito del 59° reggimento d’artiglieria. Sono ore frenetiche: la notizia dell’armistizio è appena arrivata, si tratta di capire che cosa fare, come comportarsi. Ma il precipitare degli eventi non lascia spazio alle riflessioni. Lui, e i suoi commilitoni, vengono catturati dai tedeschi e ammassati su un carro bestiame. Direzione: Lemberg (attuale Leopoli, Ucraina), dove c’è uno dei tanti lager per prigionieri di guerra ed ebrei. Comincia così, ma è già iniziata da tempo, precisamente dal 10 giugno 1940 con l’entrata in guerra, l’odissea di uno dei 600 mila ragazzi italiani che le alte sfere hanno abbandonato al fronte dopo l’8 settembre, fianco a fianco con un alleato diventato all’improvviso nemico. Indossando la sua divisa estiva, che l’inverno del nord renderà inadeguata, Antonino affronta la vita del campo di concentramento con la qualifica di IMI (Internato Militare Italiano), che significa essere considerato inferiore rispetto a un prigioniero di guerra e quindi non poter contare nemmeno sull’assistenza della Croce Rossa Internazionale. In mezzo a pidocchi, con poco cibo, non sa in quale località è capitato né che cosa sta succedendo “nel mondo”. L’unico dato di conforto (si fa per dire) è la presenza di tanti altri italiani che hanno subìto la sua identica sorte. Trascorso qualche mese, quando gli è data la possibilità, scrive finalmente una cartolina ai suoi. Una riga con una grossa bugia: “Cari genitori, sto benissimo …”.
La storia del tenente Francalanci ci è raccontata dal figlio Stefano in un appuntamento del “Caffè degli Alpini” a Varese. “Gli IMI – ha spiegato la professoressa Rosalba Ferrero – sono stati scaricati con ignominia dai loro comandi, bollati come traditori dai tedeschi, messi da parte una volta tornati in Patria, quando si è fatto di tutto per dimenticarne il sacrificio e la lealtà alla Patria. Ci sono voluti decenni, fino alla legge del 2005, per riconoscere in pieno il valore della loro testimonianza”. “Hanno detto no al fascismo e no alla Repubblica Sociale – è intervenuto il capogruppo degli Alpini di Varese Antonio Verdelli – e per questo hanno saputo affrontare con dignità sofferenze e privazioni, tramandando un esempio positivo che resterà nella memoria di tutti”.
Come tanti altri reduci con alle spalle l’amara esperienza dei lager, anche Antonino è stato particolarmente restio nel voler raccontare la vita nei lager. Stefano prova a darsi una spiegazione: “Forse non voleva risvegliare brutti ricordi, forse aveva il timore che gli interlocutori potessero non credere ad atrocità indicibili … chissà. Fatto sta che papà ha aperto il libro dei ricordi soltanto qualche anno prima di lasciarci e ora sento l’importanza di dover trasmettere tutto ciò”. Dopo essere stato trasferito in un altro paio di località, Antonino viene liberato dagli inglesi il 5 maggio 1945. Ma non è finita: deve attenersi ai turni di rimpatrio stabiliti dagli Alleati e così torna a casa a fine agosto. Arrivato in Italia ecco però un’altra amara sorpresa. Al Distretto militare decidono di sottoporlo a un interrogatorio per accertarne provenienza e trascorsi recenti. Lui, giustamente, si sente trattato come uno sconosciuto, un tipo qualunque da guardare con sospetto. Grazie a Dio interviene allora un altro IMI varesino, Angelo Gandini, il quale ha la possibilità di firmare una certificazione che “libera” il compagno d’armi e di prigionia. L’incubo, stavolta, è finito davvero, è alle spalle. Del resto sta per cominciare il suo cammino la nuova Italia: per tutti (o quasi) si aprono nuovi orizzonti. Antonino diventa ingegnere, si sposa e ha due figli, uno dei quali ci sta aiutando a conoscere una parte della nostra storia che non sapevamo essere così struggente, così dignitosa, così nostra.
