Alle origini della Linea Cadorna – L’accordo segreto austro-svizzero contro l’Italia

di Lorenzo Frascotti

Tra le ragioni che spinsero l’Alto Comando italiano a fortificare la Frontiera Nord ve n’era una, forse la principale, che viene spesso trascurata: il timore che gli svizzeri non opponessero resistenza a un’invasione tedesca o austriaca diretta verso l’Italia.

Cadorna aveva più di un motivo per nutrire questo timore. Era a conoscenza dei piani d’invasione elvetici, che da oltre un decennio contemplavano la possibilità di un appoggio austriaco; sapeva che le fortificazioni di Bellinzona, erette negli anni precedenti, potevano assumere anche una funzione offensiva; teneva conto dei rapporti italo-svizzeri, da sempre difficili e improntati alla diffidenza reciproca. Soprattutto, era al corrente dell’accordo segreto tra militari svizzeri e austriaci e degli stretti rapporti d’amicizia che li univano fin dal 1907, alimentati da scambi d’informazioni e addestramenti congiunti.

A inaugurare questa fase fu il capo di stato maggiore svizzero Sprecher von Bernegg, che strinse un accordo con il suo omologo austriaco, Conrad von Hötzendorf, noto per l’accesa italofobia. L’intesa, mai ratificata ufficialmente, aveva natura difensiva e mirava a garantire alla Svizzera l’appoggio austriaco in caso di attacco italiano. Tuttavia, quando nel 1911 la notizia trapelò sulla stampa, suscitò scandalo: uno Stato neutrale come la Svizzera non poteva stipulare accordi militari di alcun genere. Da parte svizzera giunsero smentite in ogni sede, ma fonti russe e britanniche avevano già confermato l’esistenza di un accordo ufficioso tra i due comandi militari.

Pur avendo carattere difensivo, il patto austro-svizzero preoccupò gli italiani per diverse ragioni. Anzitutto, nacque da un’iniziativa autonoma dei militari svizzeri, senza il consenso del potere politico, fatta eccezione per il presidente Müller; inoltre, rivelava un preoccupante avvicinamento all’Austria, con la quale in Italia si riteneva ormai inevitabile una nuova guerra; infine, per attivare un accordo difensivo non era necessario che l’attacco avesse realmente luogo: poteva bastare la percezione di un’imminente invasione. E, in quel periodo, i confini italo-svizzeri erano una polveriera.

Allo scoppio del conflitto, Cadorna sapeva che, in caso di attacco da nord attraverso la Svizzera, gli sarebbero occorse fino a due settimane per trasferire sul posto una forza in grado di respingere il nemico. Tutto dipendeva dalla tenacia con cui gli svizzeri avrebbero difeso il proprio territorio. Eppure, i vertici militari del 1915 erano gli stessi che, otto anni prima, intrattenevano rapporti tanto stretti con i nemici (allora ipocritamente alleati) dell’Italia. Non gli restava dunque che fortificare un confine privo di difese naturali, lungo il quale non poteva mantenere schierate intere armate nell’attesa di un possibile attacco.