Beppi Bortoluzzi iscritto nel famedio cittadino: il figlio Andrea ne ricorda la figura

Beppi Bortoluzzi viene a essere chiamato tra i cittadini illustri della città. La sua intensa e lunga vita è stata vissuta, dai tempi del ginnasio sino alla sua scomparsa, a Varese dove ha lasciato profonde tracce di sé in campo professionale, politico e culturale. Ma neppur tanto segreto e in controluce è stato il suo rapporto con la città di origine della sua famiglia: Venezia. All’Ateneo Veneto, istituzione veneziana per eccellenza, è stata di recente donata dalla famiglia l’intera sua opera poetica e fotografica andata per le stampe. E per l’occasione ho scritto questo suo ricordo,

Beppi Bortoluzzi nasce per sbaglio a Genova dove suo padre Arturo era riparato da Venezia per via degli eventi della prima guerra mondiale. I Bortoluzzi di Arturo, oltre a Beppi, i fratelli Elsa ed Emilio erano discendenti di una famiglia di commercianti e artigiani  che per i rami sale a Gaetano nato a Venezia nel 1790 mercer di professione e Anna Barzuola sua sposa mendarezza . Gioielliere era stato il figlio di Gaetano, Giuseppe e commerciante di gioie sua moglie Anna Pain con bottega in Frezzaria. Il loro figlio Arturo padre di Beppi  ebbe a continuare le fortune imprenditoriali della famiglia della  moglie, Clelia Florio dando vita a una lunga e fortunata esperienza nel campo del commercio di carbone e delle spedizioni internazionali, diventando una singolare figura di capitalista dell’epoca Giolittiana. Dopo la morte di Arturo avvenuta nel 1922 la famiglia si mise in viaggio guidata dalla indomita curiosità e passione per la vita di Clelia Florio  che nel 1934 decise per Varese come tappa di un peregrinare incessante. Le vicende di quel periodo storico fecero sì che Varese diventasse stabile luogo di residenza della famiglia. E’  a Varese che Giuseppe, detto Bepi o Beppi Bortoluzzi finisce gli studi liceali e dopo le vicende belliche che lo vedono quale ufficiale degli Alpini internato militare in Polonia e Germania per più di due lunghi anni, ritorna per laurearsi in giurisprudenza a Pavia. Dopo la laurea  è impegnato nella  professione di notaio ma anche in una intensa attività in campo culturale : fonda con il filologo Dante Isella, che diverrà il marito della sorella Elsa, la  Libreria   “Il Portico” che diventerà crogiolo di intense amicizie intellettuali  e artistiche destinate a durare quasi un secolo.  La   passione per le arti figurative lo porta a utilizzare la  fotografia come mezzo espressivo, arte quella fotografica, da lui coltivata con passione e che gli meritò notevoli  riconoscimenti. Suoi reportage figurano su riviste di prestigio internazionale come Camera e Atlantis ; fu anche attivissimo collaboratore de “Il Mondo” di Pannunzio. Già avanti negli anni si accosta con lusinghieri risultati alla poesia. La vita di Beppi è stata lunga, appassionata e goduta sino all’ultimo respiro. Muore nel 2021 dopo aver tagliato il traguardo dei 102 anni.

Beppi e Venezia

Venezia è stata la vera passione di una vita di  Beppi Bortoluzzi. Passione per averla dovuta abbandonare transitoriamente da bambino  dopo la morte di suo padre e in via definitiva dopo la morte di sua madre dopo avere venduto  per necessità la casa paterna in calle dei Fuseri.  Quei  lutti Beppi  ha elaborati  prendendo le distanze dal mondo fatto di persone e cose che sentiva lo avessero abbandonato. La famiglia era per lui quella creata a Varese  insieme a Luciana Armani , il grande diuturno amore della sua vita da cui ebbe quattro figli e le cose erano la bella casa fatta progettare da Pietro Lingeri con vista sul Lago e il Monte Rosa a e il grande rustico fienile valdostano fatto sistemare sempre dai Lingeri padre e il figlio Angelo al Verrand vicino Prè Saint Didier. E Venezia la tanto agognata citata e  vagheggiata Venezia che posto portava nel suo cuore? Venezia è stato un amore da concedersi fuori dalla  quotidianità. Era il luogo del gioco e della fantasia, della creatività e della trasgressione. Un rapporto quello con la  città coltivato dando campo alle emozioni:  un incontro a caso,  una voce dietro una porta,  una frase colta al volo,  una ciacola in battello, una corte nascosta e felicemente scoperta.  Venezia era per lui la libertà, cosa che lo vivificava perché solo a Venezia Beppi si concedeva  di sentirsi parte senza dover subire l’altrove . Negli anni della dedizione al lavoro le visite erano  fugaci e mirate. Arrivava implacabile con la sua macchina fotografica ai vernissage della Biennale d’Arte di cui è stato il cantore per immagini per lunghissimi anni. I luoghi del suo vivere erano per lo più pensioni: la Malibran a Cannaregio, la Calcina, la Seguso e l’ Accademia a Dorsoduro. Piu avanti negli anni avrebbe goduto  della ospitalità degli amici Pavia in Castello,  soprattutto fuori della stagione turistica. Mai che avesse cercato un luogo appartenuto ai suoi, o qualche parente. A caso ebbe a  incontrare una cugina ottuagenaria, Nini Florio figlia di un fratello di sua madre, su un battello della linea 1. Ma di quell’incontro era stato affascinato soprattutto  per la  sua   casualità tutta veneziana non per la scoperta di una vicina parente persa nel tempo. A Venezia Beppi sentiva le parole  “de cuna quele de pare e de mare” e coglieva la luce le ombre e i rumori che sentiva suoi   tra sogno e realtà. Testimonianza di questo fortissimo legame le poesie in lingua e il battere dei  suoi passi alla ricerca di immagini da fissare in uno scatto prede del suo obiettivo e del suo appassionato vagabondare.