Esclusione dai Mondiali, non è “solo calcio”. È perdita della nostra identità

Foto di El Gráfico. La nazionale italiana vincitrice dei Mondiali di calcio nel 1982

di Stefania Cipolat

Ma voi lo sapete cosa significa, per un Paese come il nostro, il campionato del mondo di calcio? Non è solo sport. È identità, è memoria collettiva, è un linguaggio comune che attraversa generazioni, piazze, famiglie.
Sarà che viviamo nel Bel Paese. Sarà che il calcio, per noi, è tradizione pura, quasi un patrimonio culturale.

Sarà che siamo cresciuti con il mito di Italia ’90, con quell’orgoglio che si respirava nell’aria, con le notti d’estate scandite da cori e bandiere. Sarà che l’inno di Mameli, quando parte prima di una partita, non è mai solo una formalità.

Eppure oggi siamo qui, ancora una volta, a fare i conti con un’esclusione dal mondiale. E no, non è “solo calcio”. È una perdita culturale, emotiva, identitaria. È un vuoto.
C’è delusione, c’è rabbia. E sì, forse c’è anche una domanda scomoda: ce lo meritavamo davvero? Forse no. Ma il punto non è solo questo.

Se guardiamo indietro, a quelle squadre che hanno fatto la storia — non solo quella di Italia ’90, ma anche quelle venute dopo — troviamo qualcosa che oggi sembra smarrito: carattere, fame, senso di appartenenza.

Gente che scendeva in campo non per mostrarsi, ma per rappresentare un Paese intero.
Oggi vediamo giocatori perfetti fisicamente, curati nell’immagine, tatuati, costruiti. Ma dov’è la fame? Dov’è quella scintilla che faceva tremare gli avversari e unire un’intera nazione?

Forse il problema è proprio questo. O forse è più profondo, più strutturale. Ma una cosa è certa: oggi l’Italia si è svegliata più povera.
Perché i Mondiali non sono un passatempo. Sono parte di noi. E restarne fuori non è solo una sconfitta sportiva: è una ferita culturale che brucia, eccome se brucia.