di Stefania Cipolat
Chiara Rolleri, amica di una vita, mi ha aperto il cuore raccontandomi il suo percorso all’interno di Varese Alzheimer. Un racconto che è diventato testimonianza, e che oggi merita spazio, ascolto, attenzione.
Varese Alzheimer è stata – e continua a essere – molto più di un’associazione. È una grande famiglia. Un luogo di crescita personale e collettiva, in cui Chiara ha imparato presto una lezione fondamentale: al centro di tutto ci sono le persone, con i loro bisogni reali, non le regole formali.
Qui l’ascolto diventa priorità assoluta. Dare del “lei” a un anziano affetto da demenza non è ciò che conta davvero; anzi, può confondere. Ciò che fa la differenza sono i modi, il tono della voce, la delicatezza di un gesto. E poi i sorrisi. Quelli resistono, anche quando i ricordi si sfilacciano.
Chiara c’era quando è nato l’Ambulatorio della Memoria, da cui ha preso avvio la somministrazione dei test cognitivi, poi affiancati da valutazioni sempre più strutturate, come quelle sull’idoneità alla guida.
C’era quando hanno ideato i Circoli della Memoria, spazi di attività ricreative e riabilitative che ancora oggi vivono accanto agli Alzheimer Caffè.
C’era anche durante lo studio sulla Pet Therapy, un progetto che ha portato a risultati concreti e a pubblicazioni su riviste scientifiche, dimostrando come l’umanità possa e debba dialogare con la ricerca.
E Chiara continua a esserci, anche oggi. In modo diverso, ma non meno prezioso.
Si occupa dell’aggiornamento dei social e del sito dell’associazione, che si apre con una citazione attribuita a Confucio – forse più ispirata al suo pensiero che letterale:
“Dimmi e dimenticherò, mostrami e forse ricorderò, coinvolgimi e comprenderò.”
Una frase che sintetizza perfettamente il senso profondo di questo percorso.
In questi anni Chiara ha imparato a smussare gli angoli più rigidi del suo carattere, lasciando spazio alla flessibilità, all’empatia, alla comprensione profonda dell’altro. Ha incontrato volontari instancabili, medici, psicologi, persone con disturbi di memoria, persone affette da Alzheimer e, soprattutto, le loro famiglie.
Famiglie spesso lasciate sole ad affrontare una malattia complessa e totalizzante. Famiglie immerse in una quotidianità faticosa, che chiedono prima di tutto di essere ascoltate, comprese, sostenute.
È qui che il volontariato diventa essenziale. È qui che la presenza si trasforma in ancora.
Sono passati circa vent’anni. Chiara ha ricoperto ruoli diversi all’interno di Varese Alzheimer, ha modulato il suo contributo in termini di tempo, ma mai in termini di presenza.
Perché una piccola associazione può avere un unico grande cuore, ma ha bisogno di molte mani e di altrettante menti per continuare a battere, crescere, restare viva e radicata sul territorio.
Oggi Chiara non è più “sul campo”, ma nelle retrovie. Eppure è proprio lì che si coglie il valore autentico del terzo settore: nella capacità di esserci comunque.
Nel costruire reti fatte di competenze professionali e profonda umanità.
Associazioni come Varese Alzheimer colmano spazi che le istituzioni, da sole, non sempre riescono a presidiare, offrendo ascolto, orientamento e una presenza concreta, fatta di tempo donato, competenze condivise e vicinanza reale.
Fare volontariato non è un dare a senso unico. È uno scambio continuo.
Ciò che si riceve è spesso molto di più: una nuova idea di fragilità, una capacità di ascolto più profonda, la consapevolezza che il tempo condiviso è uno dei doni più preziosi che possiamo offrire
Chiara ha imparato che anche quando le parole si perdono, il contatto umano resta un linguaggio potentissimo.
A volte basta esserci.
Ma quell’esserci, semplice e silenzioso, può davvero fare la differenza.