In provincia di Varese la Festa del Papà non è soltanto una ricorrenza moderna dedicata alla figura paterna, ma l’erede di una serie di usanze molto più antiche, in cui la devozione cristiana a San Giuseppe si sovrappone ai riti primaverili che per secoli hanno segnato il passaggio dall’inverno alla stagione nuova. Il tempo dell’equinozio primaverile, nel Varesotto, e un po’ dovunque, è sempre stato un confine simbolico: un periodo in cui la natura ricomincia a muoversi, la luce cresce e le comunità si ritrovano attorno a gesti che uniscono fede, lavoro e rinascita.
La figura di San Giuseppe, padre discreto e lavoratore, si è radicata profondamente nel territorio tra il Seicento e l’Ottocento, quando divenne protettore delle famiglie e dei mestieri. Nelle parrocchie della provincia, dalle colline di Varese ai paesi del Seprio e della Valceresio, il 19 marzo era scandito da messe solenni, benedizioni delle famiglie e piccoli cortei che attraversavano i centri abitati. Era una festa domestica, sobria, che parlava di casa e di protezione.
È ancora vivo il ricordo, per molti di noi, del quadro rappresentante la Sacra Famiglia. Una stampa semplice, rettangolare o ovale, contenuta in una cornice spessa, più o meno elaborata, che i nonni appendevano sopra il letto vicino al rosario o all’acquasantiera e che aveva lo scopo di portare benedizione e protezione agli abitanti della casa. In molte famiglie si usava infatti spruzzare l’acqua ai quattro angoli della stanza e poi sul letto prima di segnarsi.
Ma sotto questa superficie cristiana sopravvivevano riti molto più antichi. Prima che la Chiesa cristianizzasse la data, marzo era il mese dei falò di purificazione, accesi nelle campagne per scacciare l’inverno e propiziare la fertilità dei campi. Nel Varesotto, fino alla metà del Novecento, i falò primaverili illuminavano le frazioni collinari e le cascine isolate: grandi cataste di legna che bruciavano al tramonto, tra canti, preghiere e un senso di comunità che oggi sembra lontano. Il fuoco, simbolo di rinascita, fu assorbito dalla festa cristiana senza essere cancellato, diventando un gesto popolare che univa sacro e profano.
Accanto al fuoco, la festa aveva anche un sapore preciso: quello dei tortelli di San Giuseppe, dolci fritti che ancora oggi compaiono puntualmente nelle pasticcerie e nei forni della provincia. Un tempo venivano preparati nelle case contadine e poi distribuiti ai bambini e ai poveri. Erano il dolce della festa, semplice e condiviso, legato alla generosità della comunità. La tradizione dei dolci fritti in questo periodo dell’anno è antichissima: risale ai Liberalia romani, feste di metà marzo in cui si celebravano il Dio Libero e la Dea Libera, divinità poi identificate con Dioniso. Le frittelle di farina e miele, preparate dai venditori ambulanti, venivano in parte mangiate e in parte offerte alla divinità. La ricorrenza cristiana ha ereditato quel gesto di abbondanza e lo ha trasformato nel dolce di San Giuseppe.
Con il dopoguerra e la crescita degli oratori ambrosiani, il 19 marzo assunse una dimensione più comunitaria. La festa divenne occasione per pranzi in oratorio, giochi padre-figlio, recite scolastiche e mercatini di quartiere. In molti paesi, da San Fermo a Masnago, da Gallarate a Busto Arsizio, la giornata è ancora oggi un momento di incontro, più che una semplice ricorrenza.
Durante le feste di marzo, legate alle processioni primaverili, nelle zone rurali sopravviveva anche un’antica usanza di corteggiamento, oggi quasi scomparsa: come quella che si svolgeva a Mezzana, oggi frazione di Somma Lombardo, a cui i giovani partecipavano. Il ragazzo che desiderava dichiararsi a una fanciulla lasciava cadere un piccolo sassolino ai suoi piedi. Se la ragazza lo raccoglieva, il gesto era interpretato come un sì discreto e pubblico allo stesso tempo. Il sassolino rappresentava la solidità della casa futura, mentre il contesto primaverile richiamava la fertilità della stagione che si apriva. Era un frammento di cultura contadina che la Chiesa non cancellò, lasciandolo sopravvivere all’interno delle feste di marzo, dove il sacro e l’antico si incontravano senza conflitto.
Nel Varesotto, terra di boschi e colline, il tempo dell’equinozio coincide con quello delle prime uscite all’aria aperta: passeggiate al Sacro Monte, gite al Campo dei Fiori, visite ai santuari e prime escursioni nei sentieri. È un gesto antico, quasi istintivo, che celebra la luce che cresce e la natura che si risveglia.
La Festa del Papà in provincia di Varese è dunque il risultato di una sovrapposizione tra il culto cristiano di San Giuseppe, i riti contadini primaverili, le tradizioni comunitarie moderne e le delicate sopravvivenze dei corteggiamenti contadini. È una festa che parla di famiglia, di lavoro, di comunità, ma anche di cicli naturali, di luce e di rinascita. Una festa che conserva, sotto la superficie moderna, una memoria antica fatta di gesti semplici e simboli profondi.