Ginevra 1 Aprile 1976: io c’ero

di Ugo D’Antonio
con ricordi di Marino Zanatta
immagini di Paolo Salmini
collaborazione di Michele Di Lucca

Coppa dei Campioni Basket

Mobilgirgi Varese – Real Madrid

81-74

 Il 1° aprile 1976, 50 anni fa,  la Mobilgirgi Varese vinse a Ginevra la sua quinta e, fino ad ora, ultima Coppa Campioni di basket battendo il Real Madrid, alla presenza di oltre 7000 spettatori, con  2000 tifosi italiani.

Il tabellino della finale

Mobilgirgi Varese–Real Madrid 81-74 (43-42)

Mobilgirgi Varese: Iellini, Zanatta 14, Morse 28, Ossola 9, Meneghin 23, Bisson, Campion 7, Rizzi, Gualco, Salvaneschi. (Allenatore : Sandro Gamba)

Real Madrid: Braebender 22, Rullan 2, Cabrera 6, Walter 24, Coughran 16, Ramos, Cristobal 2, Luyk 2, Corbalan, Prada. (Allenatore: Lolo Sainz)

Arbitri: Arabadjan (Bulgaria), Turner (Gran Bretagna)

Biglietto della partita

La stagione 1975 -1976

Il 25 settembre 1975 era venuto a mancare Giovanni Borghi, fondatore dell’azienda di elettrodomestici e presidente onorario della Pallacanestro Varese, artefice dei successi della Squadra e dello sport varesino.

Varese arriva in eccellenti condizioni:

in campionato aveva incassato solo tre sconfitte.

Nella Coppa dei Campioni, Varese aveva saltato gli ottavi di finale in quanto ammessi al girone in qualità di Campioni in carica,

Nella fase eliminatoria di Coppa dei Campioni aveva eliminato Akademic Sofia, Asvel Villeurbanne, Maes Pils Malines, Zadar Zara e Turun Turku; pur perdendo in trasferta, ma sempre di misura, in Bulgaria, Francia, Belgio e Jugoslavia.

In semifinale nella sfida con la Forst Cantù , Meneghin e compagni si impongono per 95-85 nella andata a Masnago e (78-70) al Pianella.

La Mobilgirgi parte forte (16-6 al 5′) con una attenta difesa ma il Real recupera (20-20 all’11’);

poi si procede in sostanziale parità (43-42 all’intervallo).

Sino a metà ripresa l’equilibrio non si spezza.

Meneghin domina sotto i tabelloni (11 rimbalzi e una difesa sui lunghi Luyk e Rullan che insieme segnano 4 punti), e spacca la partita.

La Mobilgirgi ampia il vantaggio 68-61 (al 34°), poi 76-66 (al 37°) ed il finale 81-74 (al 40 °)

Morse  28 punti (13-18 al tiro);

Meneghin  23 punti (9-13 al tiro)

,Zanatta14 punti ( 7-15 al tiro)

Ossola 9 punti ( 4-6 al tiro)

Campion 7 punti

RICORDI DI MARINO ZANATTA

Il Real Madrid era anche l’anima della Nazionale Spagnola. Con Varese ci incontravamo tantissime volte, in Nazionale, in coppa dei Campioni ed in Coppa Intercontinentale. Erano diventate quasi partite di routine. Fra vittorie e sconfitte, per quanto io ricordi, dovremmo essere pari. Abbiamo perso a Nantes ed a Monaco ed abbiamo vinto ad Anversa ed a Ginevra.

Il Real Madrid giocava con 4 americani, di cui 2 naturalizzati spagnoli, ed il play della nazionale spagnola.

Varese aveva 2 americani che con Meneghin ed Ossola erano la struttura base, noi altri ci inserivamo nel gioco.

Ad esempio ad Anversa (1975) è stata la partita di Rizzi, con Meneghin fuori poiché infortunatosi l’ultimo momento dell’allenamento prima della partenza.

Il fascino che aveva il Real Madrid era unico, per il calcio ed il blasone che aveva.

Era una squadra di punta, come l’Armata Rossa.

Per Varese arrivare alla Finale di Coppa dei Campioni era l’obiettivo minino della Stagione.

La Coppa di allora, aveva una formula più leggera della Coppa di oggi che è un secondo campionato.

Per Ginevra partimmo il giorno prima della partita, per fare un allenamento sul campo. Non è che ci fosse qualcosa di speciale. Eravamo abituati a gare importanti.

Ricordo che a fine della partita che avevamo vinto, Giancarlo  Gualco entrò nello spogliatoio e ci diede a testa, mi sembra di ricordare, mille franchi cadauno, dono di un nostro tifoso.

La Squadra era parte della città.

Noi giocatori eravamo sempre in centro città, ci vedevano tutti, ci potevano toccare, non eravamo distaccati.

Non eravamo una entità astratta.

La Squadra era un volano della città stessa.

Se non ricordo male, il Basket Club aveva più di mille iscritti.

I Tifosi venivano in trasferta, sia perché vincevamo, ma anche perché era un modo per stare insieme tra di loro.

La Squadra ha avuto uno zoccolo duro con gli stessi giocatori per più anni. Giancarlo Gualco era preoccupato che i tifosi si potessero stancare di vedere sempre le stesse facce. Appena poteva cercava di mettere un elemento nuovo. Non è che questo rinforzasse la Squadra. Era un modo di rinnovare un poco, senza andare a toccare la base forte.

Quando sono venuto a Varese, mentalmente ho accettato di fare il cambio.

Molti giocatori se NON partivano nei primi 5, si sentivano condizionati.

A me NON interessava partire in quintetto.

A me interessava “giocare”. Ero il primo cambio. Chiunque usciva dal campo, entravo io.

Io non mi sono mai sentito un “cambio” . Ero parte della Squadra, sia mentalmente che per gli avversari.

Entravo io ed aumentava la fisicità  della Squadra.

Forse per questo sono rimasto otto anni a Varese come giocatore.

Nelle vittoria delle Coppe dei Campioni del 1975 e 1976 non si deve dimenticare il lavoro svolto in precedenza  da Nikolic, mi allenatore, per due anni.

Era un allenatore incredibile, con cui ho avuto anche qualche momento di discussione.

A Milano ero molto legato a Garbosi, che aveva avuto mandato di cedere giocatori per sanare il bilancio.

Io sono venuto a Varese nel 1971, da Milano.

Sarei dovuto rimanere un anno in prestito a Milano, per arrivare a Varese quando avrebbe smesso Vittori. 

Avevo svolto allenamenti per  due settimane a Varese  con la Squadra nel periodo estivo, poiché Nikolic faceva interrompere la lunga  vacanza estive ai propri giocatori.

Dissi a  Flaborea che mi sarebbe piaciuto venire subito a Varese e non attendere un altro anno.

Volevo vincere subito.

Flaborea lo comunicò a Gualco che mi disse “la Squadra è già fatta. SE vieni tu, c’è poco spazio. Nikolic ti vuole”

Risposi che mi interessava far parte di quella Squadra.

Però poi la Domenica giocavo al massimo due minuti.

La situazione era dura per me.

Nikolic  mi diceva “Tu ZAGO diventerai la più forte Guardia d’Europa” ma non mi faceva giocare.


Alla fine della partita dava la mano a tutti i giocatori della Squadra.

Dopo mesi io “sbotto” , sbagliando lo capisco ora, e dico “faccio tutto che mi dice di fare, ma la mano NON glie la do”.

La cosa fini lì e mi ha voluto molto bene.

Io ho sempre parlato e mi esponevo più di altri.

Nikolic ci ha insegnato il piacere di far fatica.

Ci ha fatto capire che quella fatica era quella che ci faceva vincere.

Il nostro segreto, di cui tanti mi chiedono, era quello.

Noi avevamo la forza di ridere e scherzare durante l’allenamento. Ma volavano anche scintille tra di noi.

Quando Lucalerelli scherzava, Meneghin si arrabbiava se NON si impegnava in allenamento.

Ogni momento era motivo di scherzo.

Nikolic si arrabbiava e ci faceva lavorare ancor di più.

Sapevi quando incominciavi, ma non sapevi quando finivi.

A volte la Robur che si allenava dopo di noi, doveva attendere delle mezz’ore.

Lui aveva un programma: se NON lo facevi bene, andava avanti senza soste.

Con Gamba, arrivato dopo Nikolic, avevo giocato a Milano all’Onestà e quindi avevo un rapporto più familiare.

Gamba ha avuto il vantaggio di aver ereditato  l’etica del lavoro di Nikolic portanto alcune innovazioni.

Gamba era molto legato al basket americano, leggeva molti libri.

Ha liberato la Squadra dal peso del lavoro “eccessivo”.

Nikolic come riferimento aveva i giocatori dell’Est Europa: grandi, grossi, duri, tosti.

Per lui erano quelli da battere.

Quindi dovevi essere come loro: grandi, grossi, duri, tosti.

Non potevi giocare di finezza.

Il suo lavoro era portarci a quel livello atletico e mentale che avevano i Russi.

Il buon allenatore è quello che cerca di valorizzare quello che vedono in te.

Gamba voleva portare la “difesa a zona” 1 – 3 -1,

Invece con Nikolic giocavamo 2 – 3 oppure 3 -2  e quel sistema era “automatico” dentro  di noi.

A volte, iniziavamo con 1-3-1  e poi con uno sguardo far di noi tornavamo  al 2-3 oppure 3-2, non per andare contro Gamba, ma perché era “naturale” per noi.

L’URSS, la Jugoslavia avevano un bacino di giovani da cui attingere che era immensamente più ampio del nostro in Italia. Dobbiamo dire che siamo stati forti in quegli anni.

Il segreto della Pallacanestro Varese era che “eravamo amici”. Non c’era “quanto hai segnato”

Sapevamo che alcuni davano un certo numero di punti.

Era utile anche chi prendeva più rimbalzi.

Contava quello che tu riuscivi a dare alla Squadra.

Si era creata una giusta atmosfera tra di noi.

E’ fondamentale che non ci siano gelosie ed antipatie.

 Ci devi convivere un anno intero.

Ci sono equilibri.

Quando una Società deve fare una selezione, NON si prende  i 10 giocatori più forti, deve prendere quelli “buoni” che stanno bene insieme.

Ci sono giocatori che fanno 30 punti a partita, ma che per la loro natura “non fanno squadra”

Meneghin era la generosità in campo: rimbalzi, difesa, energia. A volte faceva 20 punti, a volte 4.

L’abilità del Manager era quella di valorizzarti senza metterti in condizioni di diventare “egoista” poiché ti fa capire che la tua valutazione non dipende solo da quanti punti realizzi.

Varese è nata partendo da Dino Meneghin a 18 anni con alcuni giovani. Ossola e Rusconi all’inizio facevano 2 punti in due. Da quell’inizio  è nata la Grande Varese”