Goffredo Mameli ferito nella difesa della Repubblica Romana

Il 3 giugno 1849, durante i combattimenti per la difesa della Repubblica Romana, il giovane patriota e poeta Goffredo Mameli venne gravemente ferito a una gamba nei pressi di Villa Corsini, sul colle del Gianicolo. Quella ferita, aggravata dalla cancrena e da una successiva infezione, lo avrebbe condotto alla morte poco più di un mese dopo, il 6 luglio 1849, quando non aveva ancora compiuto ventidue anni. A Varese il suo ricordo è affidato a una strada che dalla sommità di via Montello conduce verso la Scuola Europea, testimonianza dell’omaggio che la città ha voluto dedicare a uno dei protagonisti più significativi del Risorgimento italiano.

Nato a Genova il 5 settembre 1827 con il nome di Gotifredo Mameli dei Mannelli, figlio di Giorgio Giovanni Mameli, ufficiale della Marina sarda, e di Adelaide Zoagli, appartenente a una nota famiglia aristocratica genovese, dimostrò fin da giovane una straordinaria sensibilità letteraria e un forte sentimento patriottico.
Nel 1847 compose il testo del “Canto degli Italiani”, destinato a diventare una delle più celebri espressioni dell’ideale unitario. Musicato da Michele Novaro, il brano sarebbe stato scelto nel 1946 come inno della neonata Repubblica Italiana, diventando nel tempo il simbolo musicale della nazione.

L’impegno di Mameli non si limitò però alla scrittura. Nel marzo del 1848 organizzò un corpo di circa trecento volontari per raggiungere Milano e sostenere l’insurrezione contro gli austriaci. In quel periodo entrò in contatto con Giuseppe Garibaldi e con numerosi protagonisti del movimento risorgimentale, ottenendo il grado di capitano nelle forze volontarie.
Durante la difesa della Repubblica Romana, nata dall’esperienza politica promossa da Giuseppe Mazzini, Mameli partecipò attivamente ai combattimenti contro le truppe francesi inviate per restaurare il potere temporale del Papa. Il 3 giugno 1849, nel corso degli scontri attorno a Villa Corsini, fu colpito alla gamba sinistra.

A tentare di salvarlo fu il medico garibaldino Agostino Bertani, figura ben conosciuta anche nella storia varesina. Bertani, che dieci anni più tardi avrebbe soccorso i feriti della battaglia di Varese, supervisionò l’amputazione della gamba eseguita dal chirurgo Paolo Baroni nel tentativo di arrestare la cancrena. Nonostante gli sforzi dei medici, l’infezione continuò a diffondersi fino a provocare una setticemia fatale.
Lo stesso Bertani lasciò una commovente testimonianza degli ultimi momenti di vita del giovane poeta: «Cantando, quasi conscio di sé, attendendo che gli passasse quell’accesso nervoso, come lo chiamava, ebbe pochi momenti di agonia».

Oggi le spoglie di Goffredo Mameli riposano sul Gianicolo, accanto ai monumenti e alle memorie dedicate ai difensori della Repubblica Romana. Nello stesso luogo sono ricordati anche tre patrioti legati al territorio varesino: Francesco Daverio, Emilio Morosini ed Enrico Dandolo, caduti anch’essi per l’ideale di un’Italia libera e unita.
A oltre un secolo e mezzo di distanza, il nome di Mameli continua a vivere non soltanto nelle vie e nei monumenti che lo ricordano, ma soprattutto nelle parole dell’inno nazionale che ancora oggi accompagna i momenti più significativi della vita della Repubblica italiana.