di Lorenzo Frascotti
Nel Cinquecento la Chiesa temeva il tempo vuoto: quelle ore in cui il popolo, libero dal lavoro e dalle funzioni religiose, poteva decidere da sé come divertirsi.
Lo lascia capire il prevosto di Besozzo. Nel 1583 scrisse che, durante le feste patronali, terminati i vesperi, la gente rimaneva «senza occupazione» e perciò si dava ai balli, ch’erano l’anticamera del peccato.
Nella vita contadina ogni ora aveva uno scopo. Si lavorava nei campi, si accudivano gli animali, si manteneva l’orto e la domenica si celebrava persino una messa anticipata per gli uomini che dovevano «andar alli pascoli»: le bestie non rispettavano il calendario liturgico.
Le feste patronali rompevano questo ritmo. Il lavoro rallentava, arrivavano persone dai paesi vicini e la comunità poteva stare insieme. Dopo le funzioni si offriva il pranzo ai sacerdoti; poi si cominciò a servire anche la cena. Proprio nell’intervallo fra il vespero e la tavola nasceva il pericolo: mentre i preti mangiavano, il popolo restava libero.
Quel tempo veniva riempito, ma non come voleva il clero. Intorno alle chiese comparivano cibo e bancarelle; si parlava con le ragazze, si beveva e si ballava. Le autorità annotavano parole spinte, schiamazzi e risse. Per gli abitanti era un giorno atteso; per il visitatore ecclesiastico, uno scandalo.
La risposta della Chiesa fu occupare ogni momento. Le processioni dovevano protrarsi fino alla fine; i sacerdoti non potevano fermarsi a mangiare; le elemosine venivano distribuite soltanto al ritorno, così nessuno aveva interesse ad abbandonare il corteo. Preghiere, prediche e vesperi riempivano la giornata, lasciando poco spazio al divertimento.
Ma il popolo resisteva. Nel 1608 il curato di Sant’Andrea e Trevisago denunciò che i parrocchiani continuavano a organizzare balli festivi e che, quando li rimproverava, veniva insultato e minacciato da loschi figuri armati di coltello.
Dietro quei divieti si intravede un conflitto umano. Per il clero, un’ora non occupata era una porta aperta al peccato. Per contadini abituati alla fatica, era invece una rara occasione per incontrarsi, corteggiarsi, mangiare insieme e fare rumore.
La disputa della festa era tutta qui: da una parte chi voleva governare ogni ora; dall’altra chi chiedeva qualche ora per poterla vivere.

