Si raccontava nelle valli e nelle cascine della Lombardia che, allo scoccare della mezzanotte di Natale, gli animali della stalla ricevessero per un istante il dono della parola. Il bue e l’asinello, le pecore e i cavalli, perfino i cani e i gatti, potevano esprimersi come gli uomini.
Questi dialoghi si componevano di tutti i sentimenti gioiosi o meno che gli animali non potevano esprimere per tutto il resto dell’anno.
Le mucche e vitelli si dicevano felici che il loro latte venisse apprezzato ma si lamentavano del fatto che gli uomini ne portassero via troppo… in fondo era l’alimento dei loro piccoli vitelli. Le galline esponevano preoccupazione che, giunte ad avanzata età avrebbero potuto finir in pentola.
I maiali temevano l’arrivo di gennaio quando avveniva la macellazione, mentre le pecore erano arrabbiate per i metodi di tosatura. Insomma ognuno diceva la sua. Tutti brontolavano tranne il bue e l’asino che si vantavano per il loro posto d’onore nel presepio.
Gli anziani dicevano che chi avesse voluto ascoltarli doveva farlo in silenzio, senza interrompere il mistero. Ma era un momento sacro e particolare in cui l’uomo veniva misurato per la sua curiosità. La magia e la fede hanno bisogno di fiducia e chi osava prestare orecchio alla voce degli animali poteva subire una sorte non proprio benevola. In fondo gli animali non chiedevano ricchezze, ma ricordavano la fatica dei campi e la gioia di condividere il calore della stalla. Per questo, nelle campagne lombarde, la notte di Natale si usava lasciare un po’ di fieno fresco, una manciata di grano o acqua pulita: un dono semplice, ma carico di rispetto. La leggenda diceva che chi onorava gli animali in quella notte riceveva prosperità e salute, perché la voce della stalla era la voce della terra che ringraziava.