Il 25 dicembre 1865 nasce Speri della Chiesa Jemoli, il padre del dialetto bosino letterario

di Fausto Bonoldi

Il giorno di Natale del 1865, a Varese, veniva alla luce Speri della Chiesa Jemoli, figura centrale della letteratura dialettale lombarda e autentico capostipite della poesia in vernacolo varesino. Così come Carlo Porta seppe elevare il milanese a lingua letteraria, Speri fece altrettanto con il dialetto bosino, conferendogli dignità espressiva, forza narrativa e profondità poetica.

Figlio dell’avvocato Emanuele Della Chiesa e di Angelica Zerbi, Speri volle tramandare quel nome amatissimo chiamando Angelica anche la figlia avuta dalla moglie Alma Giudici. Nel 1912 aggiunse al proprio cognome quello di Jemoli, dal dottor Oscar Jemoli che lo aveva adottato, assumendo così definitivamente il nome con cui è oggi ricordato.

La sua giovinezza fu tutt’altro che convenzionale: fuggì dal collegio e raggiunse Marsiglia in cerca di lavoro, esperienza che contribuì a formare il suo sguardo libero, ironico e profondamente umano. Autodidatta, intraprese studi letterari e si avvicinò al giornalismo, collaborando dal 1892 con L’uomo di pietra, organo del Partito Repubblicano diretto da Camillo Cima.

Nel 1893 fondò a Varese “Il Cacciatore delle Alpi”, settimanale d’ispirazione repubblicana, che diresse fino al 1914. Fu proprio su quelle pagine che pubblicò a puntate “I nostri buoni villici”, la sua opera più celebre: una serie di scenette rusticane in forma dialogica, capaci di restituire con vivacità e affetto il mondo contadino varesino.
Abbandonato il giornalismo politico, Speri proseguì l’attività letteraria parallelamente al lavoro di bancario, prima nella Banca Cooperativa di Varese e poi nel Credito Varesino, istituto a cui rimase legato fino alla morte, avvenuta il 9 gennaio 1946.

Scrittore, poeta e commediografo, firmava spesso i suoi testi con lo pseudonimo “Try Ko Kumer” (L’autore stesso, in una lettera alla Società Italiana degli Autori ed Editori, spiegò che lo pseudonimo non era in una lingua straniera, come inizialmente ipotizzato, ma derivava dal motto dialettale “trii cocumer”, che significa “tre cetrioli”).

La sua produzione fu vastissima: novelle, canzoni, sonetti, madrigali, giaculatorie, panzanegh, pennellad, bosinad e matoccad, pubblicate in parte a stampa e in parte affidate alla circolazione privata delle lettere agli amici.

Dotato di naturale talento scenico, recitava i propri versi accompagnandosi con la chitarra, come un moderno menestrello, divenendo presenza immancabile nelle riunioni conviviali. Scrisse prevalentemente in dialetto bosino, senza disdegnare il milanese, e frequentò l’ambiente letterario lombardo stringendo amicizie con Ada Negri, Medici, i fratelli Cima, Renato Simoni e Guido Bertini, al quale dedicò alcuni dei suoi versi più intensi.

Neppure la malattia riuscì a spegnere il suo spirito ironico: i disturbi della vecchiaia trovarono espressione nei celebri “Sonetti prostatici”, rimasti inediti fino al 1975.

A Speri della Chiesa Jemoli è oggi dedicata la via che collega via Staurenghi a via Robbioni, segno tangibile di una memoria che continua a parlare, in dialetto, al cuore di Varese.