Quarant’anni senza Alfredo Binda, il grande dimenticato

Il 19 luglio 1986 moriva a Cittiglio Alfredo Binda, uno dei più grandi ciclisti di tutti i tempi e uno degli sportivi che più hanno contribuito a far conoscere il nome della provincia di Varese nel mondo. Eppure, a quarant’anni dalla sua scomparsa, il capoluogo non gli ha mai dedicato una via, una piazza o un luogo simbolico della città.

A ricordarlo è soltanto un largo-parcheggio nel quartiere di Masnago, privo persino di una targa che racconti ai cittadini e ai visitatori chi fosse quell’uomo il cui nome compare sulla segnaletica. Un riconoscimento decisamente modesto per un atleta che ha scritto pagine indelebili nella storia dello sport italiano.

Nato a Cittiglio l’11 agosto 1902, Alfredo Binda dominò il ciclismo mondiale tra gli anni Venti e Trenta con un palmarès che ancora oggi suscita ammirazione: cinque Giri d’Italia, tre Campionati del Mondo su strada, due Milano-Sanremo, quattro Campionati italiani e ben 41 vittorie di tappa al Giro d’Italia.

La sua superiorità era tale che nel 1930 gli organizzatori del Giro d’Italia gli offrirono 22.500 lire per non partecipare alla corsa, convinti che la sua presenza avrebbe reso la competizione troppo scontata. Un episodio unico nella storia del ciclismo che racconta meglio di qualsiasi statistica la grandezza del campione varesino.

Terminata la carriera agonistica, Binda divenne commissario tecnico della Nazionale italiana, guidando campioni del calibro di Gino Bartali, Fausto Coppi e Gastone Nencini verso alcuni dei più prestigiosi successi internazionali. Fu anche una figura determinante nel mantenere un equilibrio tra i due eterni rivali, Bartali e Coppi, contribuendo a scrivere un’altra pagina memorabile del ciclismo italiano.

Curiosamente, il Campionissimo non riuscì mai a vincere la Tre Valli Varesine, la corsa di casa. Nell’edizione del 1930 il successo andò invece al fratello Albino, regalando comunque alla famiglia Binda un posto nella storia della classica varesina.

A Cittiglio la sua memoria è custodita con orgoglio: la casa natale è diventata un museo e il paese continua a celebrarne la figura. A Varese, invece, resta il rammarico di non avergli ancora dedicato una via o una piazza all’altezza della sua grandezza.

Nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa, la domanda sorge spontanea: non è forse arrivato il momento che il più grande ciclista espresso dalla nostra terra abbia finalmente un luogo simbolico che ne ricordi degnamente l’impresa e la straordinaria eredità sportiva?